Donald Trump è tornato a parlare in pubblico alla più importante conferenza del Partito Repubblicano, l’annuale Conservative Political Action Conference, per la prima volta dopo il passaggio di consegne alla Casa Bianca con Joe Biden. Tra attacchi al neo-presidente, accusato di sostituire al trumpiano “America First” un penalizzante “America Last”, ovazioni dal pubblico e una ritrovata lucidità rispetto alle ultime, catastrofiche settimane della sua presidenza Trump a Orlando ha tenuto banco di fronte a quello che, in larga parte, è ancora il suo pubblico.

Trump centra il discorso attorno a una stretta ma ben precisa cerchia di argomenti: la vittoria di Biden è stata fraudolenta (rigged elections), non c’è in lui nessuna intenzione di fuoriuscire dal Grand Old Party e anche al netto del controverso capitolo finale di Capitol Hill The Donald non ritiene conclusa la sua parabola politica con la transizione del 20 gennaio.

Un discorso, potremmo dire, da “capo dell’opposizione” quello di Trump, tuttora figura di riferimento per un Partito Repubblicano che è uscito con un bilancio negativo ma non disastroso dal voto di novembre: certamente il Grand Old Party è oggi, a tutti gli effetti, minoranza, non controllando né la Casa Bianca né i due rami del Congresso; tuttavia, Trump ha raccolto un numero di consensi senza precedenti per un candidato repubblicano, alla Camera dei Rappresentanti il partito ha recuperato alcuni seggi ai democratici e anche al Senato l’Elefantino è in partita, trovandosi i democratici nella difficile situazione di far coesistere diverse anime interne.

Questo capitale politico, nel bene e nel male, è riconducibile principalmente a una sola figura: Donald Trump. Divisivo, polarizzante, a tratti distruttivo nelle sue uscite e nel suo comportamento, The Donald risulta tuttora indispensabile per il Grand Old Party. Che salvo alcuni laboratori locali, come quello della Florida dell’ambizioso governatore Ron DeSantis, attento ad ampliare alle minoranze il perimetro del partito, è a tutti gli effetti il Trump Old Party. Una formazione che unisce ai tradizionali valori conservatori le spinte identitarie e le posizioni politiche comuni al “conservatorismo nazionale” trumpiano. Unitamente a una visione critica di diversi processi globali che, a loro modo, sono diventati consenso diffuso nella politica statunitense: le proposte politiche di Joe Biden su politica industriale, commercio, reshoring delle filiere critiche e stimolo all’occupazione interna statunitense nelle catene del valore sono in fin dei conti legate alla necessità di sottrarre al trumpismo terreno politico sul suo stesso terreno.

Trump capisce dunque che il terreno per un suo ritorno è maturo. E che questo avvenga nell’inedita figura di un capo dell’opposizione de facto, ovvero di una figura estranea alla tradizione politica a stelle e strisce fatta di partiti guidati da logiche di governance complesse, segnala sia le fragilità interne del Partito Repubblicano che l’indispensabilità di The Donald. Almeno in questa fase insostituibile da qualsiasi figura il mondo conservatore possa presentare. Il Financial Times riporta che tra i partecipanti al Cpac i sondaggi interni hanno segnalato che il 55% è pronto a votare nuovamente Trump alle primarie presidenziali del 2024, qualora dovesse ripresentarsi, il 68% lo vuole nuovamente in corsa e ben il 95% è favorevole ai risultati della sua agenda politica. “You won”, scandiva il pubblico del Cpac in coro all’ex presidente, che ora dovrà capire in che misura l’ampia convergenza di consensi che, pur nella sconfitta, ha condotto Trump a ottenere 74 milioni di voti contro Biden a novembre si sia mantenuta dopo il disastroso epilogo di gennaio.

Trump è divenuto presidente prima di diventare uomo di partito, si è preso il Grand Old Party sull’onda lunga della vittoria del 2016, e nel momento della sconfitta elettorale da lui contestata si è accorto di avere alle sue spalle una macchina elettorale indispensabile per competere nel sistema americano strettamente bipartitico. La sua stessa tenuta tra la base elettorale del Gop è la garanzia migliore contro l’astio mostrato nei suoi confronti da parte della classe dirigente repubblicana, anche se al contempo è bene sottolineare che il credersi inossidabile in virtù di questo consenso ha favorito la fase più critica dell’esperienza politica di The Donald. Che, da un lato, può chiamare all’unità i repubblicani conscio del fatto che il partito è ancora il suo (“Non stiamo fondando nuovi partiti, non divideremo il nostro potere e la nostra forza. Invece, saremo uniti e forti come mai prima d’ora. L’unica divisione è tra una manciata di politicanti dell’establishment di Washington e tutti gli altri nel resto del paese”), ma dall’altro ha già pagato duramente sulla sua pelle le conseguenze di un esagerato sfruttamento del “movimentismo” della base.

Dopo il Cpac si aprirà dunque una lunga fase politica in cui Trump e i repubblicani dovranno capire come tornare in pista nel migliore dei modi. Il primo “tagliando” saranno le elezioni di midterm del 2022, in vista delle quali il Grand Old Party dovrà prepararsi a difendere una parte consistente dell’agenda presidenziale di Trump dalle riforme democratiche. E Trump guardarsi bene dal fornire ai dem l’ennesimo “assist” trasformando il suo ritorno in sella al Grand Old Party nel principale, se non unico, fattore di compattamento per le risicate maggioranze dell’Asinello al Congresso. Dopo esser stato nella sua vita imprenditore, magnate, finanziere, showman, personaggio televisivo e, infine, presidente, Trump dovrà ora farsi politico di partito: e il discorso del Cpac testimonia che intende fare questo nell’alveo del Partito Repubblicano. Che può ancora, legittimamente, indicare come casa sua.