Diffusa dal quotidiano riformista iraniano Shargh, la notizia è subito rimbalzata sui media di tutto il mondo: Mahmud Ahmadinejad punterebbe a correre alle presidenziali del 2017.A annunciarlo sarebbe stato Gholam-Hossein Elham, portavoce del governo ai tempi della presidenza di Ahmadinejad, secondo quanto riportato dal giornale iraniano.Un ritorno atteso, di cui si è parlato molto in Iran nei mesi scorsi, ma per il quale manca ancora una conferma ufficiale. Dopo l’annuncio shock dei giorni scorsi, è arrivata subito una doccia fredda dall’agenzia di stampa russa Sputnik – che cita una fonte anonima vicina all’ex-presidente. Ma va ricordato, ad esempio, come il giornalista Said Jafari parlasse su al-Monitor di una sua candidatura già a marzo, citando un consigliere per gli affari internazionali di Ahmadinejad. La stessa fonte riportata da Sputnik, inoltre, non smentisce il fatto in sé, ma si limita a dire che “è troppo presto per parlare dei piani di chiunque per candidarsi alla presidenza”.Tutti col fiato sospeso, dunque, perché lo scenario di una sua candidatura è tutt’altro che improbabile. Ciò che è certo, è che si tratterebbe di un incubo per molti, dati i precedenti. Nei suoi otto anni di presidenza, fra il 2005 e il 2013, Ahmadinejad si è distinto come un fiero oppositore degli Stati Uniti e dell’occidente. Le sue esternazioni sull’Olocausto hanno fatto il giro del mondo, e in molti ricordano come ebbe ad dichiarare che “Israele deve essere cancellato dalle carte geografiche”.Anche in Iran, sono in molti a temerlo. Ricordo come nel giugno 2013, appena annunciata la vittoria del suo successore Rohani, folle festanti di ragazzi si riversassero nelle strade di Teheran intonando lo slogan “Ahmadi bye bye”. Per molti, la conclusione del suo mandato era una liberazione, e rappresentava la fine dell’isolamento del Paese, simboleggiata da questa figura controversa – all’epoca un vero e proprio spauracchio per i media internazionali.Per approfondire: L’Iran tra islam e occidentalizzazioneDiversa la situazione all’interno del Paese, dove l’ex presidente è stato capace di guadagnarsi le simpatie di molti, soprattutto nella sterminata provincia iraniana, nelle periferie e nelle fasce più deboli della popolazione. Lui stesso di umili origini, è riuscito a farsi strada cavalcando il malcontento nei confronti delle disuguaglianze economiche sempre più feroci che hanno contraddistinto l’Iran degli ultimi anni.Certo, pesa su di lui il ricordo dei presunti brogli elettorali nelle elezioni del 2009, quando Ahmadinejad riuscì ad essere rieletto avendo la meglio sul candidato riformista Mir Hosein Musavi. Ne nacquero proteste – soprattutto fra studenti e giovani – che gettarono per alcuni mesi il Paese nel caos, prima che la repressione avesse la meglio.Per approfondire: Le minoranze religiose in IranMa nonostante tutto, il carisma di Ahmadinejad – un populista da non sottovalutare – divide ancora gli animi e fa paura a molti in Iran. L’accordo con gli Stati Uniti ha senza dubbio cambiato l’immagine del Paese a livello internazionale, ma diversa è, per molti aspetti, la situazione all’interno dell’Iran. I benefici economici tanto attesi devono ancora dare i loro frutti, mentre l’inflazione avanza incontrollata. Il nodo delle diseguaglianze socio-economiche – cavalcato da Ahmadinejad – non ha ancora trovato una risposta adeguata, ed è tutt’altro che improbabile che alla lunga ciò finisca per togliere consensi ai riformisti di Rohani.Si profila dunque uno scenario internazionale pieno di incertezze, e a tratti esplosivo. Dato il recente riavvicinamento fra i due Paesi, le elezioni di novembre negli Stati Uniti, potrebbero avere un effetto determinante anche su quelle in Iran del prossimo anno. Poco ma sicuro, nel caso fosse Donald Trump ad avere la meglio, le possibilità di Ahmadinejad e dei conservatori potrebbero aumentare a dismisura. Uno scenario da incubo in uno dei pochi Paesi stabili rimasti oggi in Medio Oriente.