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La storia si è rimessa in moto con la crisi ucraina, e lo ha fatto a tutta velocità riportando uno dei grandi protagonisti dell’evoluzione storica del Vecchio Continente, la Germania, a ponderare la possibilità di riappropriarsi del suo destino, di risvegliarsi da quel torpore più che settantennale indotto dal drammatico crepuscolo del Terzo Reich nel 1945.

Il grande ritorno della Germania

La trappola dell’amministrazione Biden ha funzionato: la Federazione russa ha invaso l’Ucraina, dopo mesi di stallo negoziale, fornendo agli Stati Uniti il pretesto per legittimare l’introduzione di sanzioni in grado di condurre ad un disaccoppiamento delle due Europe e per rinsaldare con una colata di cemento la relazione tra le due sponde dell’Atlantico.

Il Cremlino avrebbe vinto soltanto non invadendo, la Casa Bianca avrebbe vinto solamente intrappolando la Russia in un’indigesta e rischiosa guerra in mondovisione. Caduto nella tagliola, di cui dovrebbe aver appreso la micidialità – tra sollevazioni popolari e guerra economica senza precedenti –, a Vladimir Putin, ora, l’onere di trovare una via di uscita.

Concludere la guerra nei tempi e nei modi adeguati, ad ogni modo, potrebbe non bastare al Cremlino. Perché ridurre l’onda d’urto di quella valanga che ha cominciato a formarsi la notte del 24 febbraio sarà tutto meno che semplice, dato che i posteri guarderanno all’invasione russa dell’Ucraina come allo spartiacque di questa parte di XXI secolo. E se i posteri leggeranno la storia in termini di “prima” e “dopo” il 24.2.22 è anche perché Putin, dichiarando guerra all’Ucraina, ha inavvertitamente dato impulso al ritorno della Germania nella storia.

La guerra in Ucraina è stata uno choc per la Germania post-merkeliana, dove gli eventi hanno coartato il neo-eletto cancelliere Olaf Scholz a prendere atto della controproduttività della politica dell’accomodamento con il Cremlino e ad abbandonare la chimera della GeRussia a beneficio dell’EurAmerica. La domanda, comunque, è lecita: riuscirà la Germania ad emanciparsi completamente dalla condizione di “potenza castrata” ed “egemonia a metà” che la caratterizza sin dal dopo-1945? Forse sì, ma non sarà semplice.

Predestinata alla grandezza

Quando si scrive e si parla di Germania in termini di potenza castrata, o di egemonia a metà, occorre fare una doverosa premessa: trattasi di una condizione che viene ingegnosamente utilizzata dagli Stati Uniti sin dal secondo dopoguerra, capitalizzando il Kollektivschuld tedesco, con il duplice scopo di privare l’Europa di una guida e di allontanare lo spettro mackinderiano di un asse eurorusso. Perché colpire Berlino equivale a piegare il Vecchio Continente e, in esteso, a far ammalare la contigua Asia.

La Germania, incubo geopolitico di ogni potenza – dalle talassocrazie atlantiche alle tellurocrazie eurasiatiche –, è stata ed è il Leviatano dell’Europa: una creatura mostruosa che ha suscitato un timore reverenziale ancora prima di venire alla luce – celebri i tentativi del cardinale Richelieu di mantenere le terre germaniche divise in una miriade di città-stato e regni tra loro rivali e in conflitto – e che, una volta conseguita la sofferta unificazione, ha spaventato il mondo per via dell’innato potenziale egemonico e turbato i sonni dei più grandi geopolitici della storia, da Sir Halford Mackinder a Zbigniew Brzezinski, terrorizzati all’idea che potesse divenire un’iperpotenza forgiando un asse strategico con la Russia.

Se la parola d’ordine nei confronti della Russia è stata storicamente “contenimento”, per la Germania è stata prima “accerchiamento” e poi, a partire dal secondo dopoguerra, “anestetizzazione”. Addormentato a tempo indefinito, a mezzo della denazificazione, il lato più imperiale della forma mentis che ha tradizionalmente connotato l’homo germanicus, Washington ha trasformato Berlino in quella che viene definita nell’ambiente politologico una “potenza castrata”, ovverosia una realtà statuale resa incapace di costruire egemonie perfette perché eunuchizzata e noradrenalinizzata.

Gli Stati Uniti e la “castrazione tedesca”

La natura castrata ed imperfetta della nuova Germania, potenza civile e remissiva, è la ragione per cui agli Stati Uniti è riuscito facilmente il soggiogamento della stessa dal 1945 ad oggi, i cui tentativi di raggiungere un livello di autonomia strategica in politica estera sono stati e sono incessantemente ostacolati da pressioni diplomatiche, minacce di guerre commerciali e attacchi asimmetrici contro i giganti che producono la linfa vitale dell’economia tedesca – memorabili, a quest’ultimo proposito, gli scandali a orologeria, curiosamente nati al di là dell’Atlantico, che durante le ere Obama e Trump hanno travolto il Gruppo Volkswagen (Dieselgate) e la Bayer (dopo la fusione con l’americana Monsanto).

Nell’era Biden, invece, come ricordava il politologo Salvatore Santangelo lo scorso aprile, in concomitanza con la crisi nel Mar Nero, “la logica delle Democrazie di mercato contro le Autocrazie per tenere insieme l’Occidente potrebbe – come già scriveva in Babel (Castelvecchi, 2018) – favorire il riaccendersi di un doppio arco di crisi (alla Brzezinski): uno nell’Ucraina orientale (per disinnescare la GeRussia) e un altro in Mesopotamia (per far deragliare la Via della Seta terrestre). L’effetto collaterale sarà quello di avvicinare ancor più Russia e Cina”.

È in questo contesto di mackinderiana lotta tra la talassocrazia angloamericana e l’insopprimibile vocazione eurasiatica della tellurocrazia tedesca che si inquadrano alcuni eventi-chiave della storia recente, come le pressioni contro il Nord Stream 2 e lo Sputnik V, la strumentalizzazione del caso Navalnyle periodiche escalazioni nel Donbass e l’Iniziativa dei Tre Mari – quest’ultima, se traslata in realtà, comporterebbe la creazione di un corridoio intra-continentale agente e fungente da muro di separazione ermetico tra Germania e Russia.

Fare leva sul senso di castrazione della Germania è un modo ingegnoso che gli Stati Uniti hanno per evitare che la locomotiva guidi l’Europa verso l’emancipazione e che faccia fermata nei peggiori incubi della scuola geopolitica anglosassone: Russia e Impero celeste. Tornare alla storia, dunque, significherà, più che riappropriarsi meramente di un’identità, combattere per l’alterazione di logiche geopolitiche di natura sovrastrutturale dalla cui stabilità dipende l’equilibrio del sistema. In sintesi: la Germania potrà fare la storia soltanto rivoluzionandola e, probabilmente, scontrandosi con gli Stati Uniti e i suoi gregari nel Vecchio Continente.

La svolta strategica della Germania

L’invasione dell’Ucraina ha cambiato tutto: ha cancellato ottant’anni di neutralità attiva, di gigantismo economico affiancato da nanismo militare, persuadendo Scholz a portare in tripla cifra il bilancio militare (100 miliardi di euro), a promuovere il raggiungimento dell’obiettivo del 2% del Pil in spese militari prescritto dalla Nato nel 2014 e ad indicare nella Russia il rivale strategico.

Nel fare ciò, Scholz cancella quella grammatica strategica dei migliori leader tedeschi desiderosi di stabilizzare la centralità di Berlino in Europa (Otto von Bismarck in primis, Konrad Adenauer, Willy Brandt e Angela Merkel sulla loro scia) che aveva come Stella Polare della grand strategy di Berlino la saldatura di un’intesa cordiale con la Russia, non pretendendo di averla come compagna di squadra ma cercando un modus vivendi con Mosca anche nelle ore più buie, capace di permettere alla Germania di avere un’influenza sistemica sul cuore dell’Eurasia, l’Heartland, che è il baricentro della geopolitica regionale.

Non a caso, dall’alleanza della Prussia con lo zar Alessandro contro Napoleone allo scoppio della Prima guerra mondiale, fu proprio la direttrice della stabilità russo-tedesca a garantire al Vecchio Continente il più lungo periodo di relativa stabilità della sua storia: un secolo, dal 1815 al 1914, in cui nessun conflitto degenerò in una grande guerra europea. La rottura della prima GeRussia ha aperto la strada alla trasformazione delle terre tra i russi e i tedeschi in “terre di sangue” contese tra il Reich guglielmino e l’Impero zarista prima, tra la Germania nazista e l’impero sovietico di Stalin dopo.

Angela Merkel, negli ultimi quindici anni, aveva inteso la ricerca di una sintonia con Putin come il viatico necessario per stabilizzare il retroterra strategico dell’Europa tedesca e aprire all’espansione della proiezione di Berlino verso la Russia: geoeconomia, prima ancora che geopolitica, fondata sulla complementarità delle due economie.

L’errore storico di Putin: cancellare la GeRussia

La Cancelliera, pur costruendo un rapporto bilaterale solido con Putin, non ha agito in maniera ingenua. Le spese militari, in ambito Nato, erano in aumento da tempo anche prima del booster di Scholz. Partner Nato, come il Regno Unito, erano affiancati in una saldatura strategica al tradizionale alleato francese nel complesso militare-industriale, e nelle ultime settimane del suo mandato Berlino aveva sottoscritto un’intesa anche con il Giappone.

Quella tra la Merkel e Putin non è stata un’amicizia e men che meno un’alleanza. Piuttosto, è stata una relazione solida e pragmatica tra due leader con il senso della storia e con un’attenta comprensione delle necessità dei rispettivi Paesi, sviluppatasi nei margini di manovra concessi alla Germania dalla sua centralità nella provincia europea della sfera d’influenza statunitense e, spesso, in aperta polemica con le conseguenze della guerra economico-commerciale scatenata da Barack Obama e Donald Trump contro Berlino.

L’errore più grande di Putin, cioè la scelta di invadere l’Ucraina su larga scala poche settimane dopo che Scholz si era speso per cercare una via diplomatica, rischia di indurre ad un’alienazione di questo rapporto indispensabile e di mutuo vantaggio per Berlino, Mosca e l’Europa. Un suicidio strategico in piena regola che ha riconsegnato definitivamente la Germania al campo degli oppositori della Russia.

La Germania moderna è nata e si è sviluppata nell’ordine post-1945, incentivando questa scelta dopo la caduta del Muro e la riunificazione, come superpotenza economica, nano geopolitico e pulce militare. E già l’accelerazione degli ultimi tempi aveva portato Berlino a riconsiderare, timidamente, la seconda posizione. Ora la crisi ucraina riporta le dinamiche del conflitto tra Stati sovrani nel Vecchio Continente, abbatte l’ultimo caposaldo inducendo la Germania al riarmo e, soprattutto, fa venire meno il caposaldo fondativo della Nato, pensata per tenere “sotto” i tedeschi. La Germania è tornata nella storia. La via non sono le infrastrutture energetiche, ma le corse alle armi. E la storia insegna che quando la Germania riarma il contesto geopolitico europeo muta.

I precedenti storici: riarmi tedeschi e mutamenti geopolitici

Sono almeno tre i casi in cui svolte strategiche di potenze di matrice tedesca hanno promosso accelerazioni nelle dinamiche geopolitiche europee.

Il primo caso è quello del massiccio piano di militarizzazione della Prussia culminato nel regno di Federico il Grande (1740-1786) che, non a caso, fu contraddistinto da feroci guerre contro l’Impero zarista e inaugurò una fase di espansione del regno che aprì la strada, nel lungo periodo, al protagonismo dell’età bismarckiana ma anche alla convulsa fase che sarebbe stata segnata dalle guerre rivoluzionarie e napoleoniche.

Dopo la grande fase di stabilizzazione bismarckiana, fu il kaiser Guglielmo II a inaugurare il grande riarmo tedesco in campo navale e la corsa alle armi che avrebbe demolito il concerto securitario europeo nato dopo il Congresso di Vienna e aggiornato dopo la guerra franco-prussiana (1870-1871). Il distaccamento russo-tedesco e il parallelo esplodere della rivalità con la Gran Bretagna fornì il combustibile per la Grande Guerra.

I cancellieri della Repubblica di Weimar, inizialmente, cercarono un modus vivendi con l’Unione Sovietica di Lenin, addirittura promuovendo trattati segreti di mutua collaborazione militare. Ma la Germania nazista, per motivi geopolitici e ideologici, cancellò questa strada e, con il breve ma importante intermezzo del Patto Molotov-Ribbentropp, si riarmò per la guerra europea scatenando l’Operazione Barbarossa nel 1941, segnando, in questo modo, le basi per la sua disfatta bellica.

La scelta di Scholz, rispetto a queste decisioni, ha chiaramente una ratio completamente diversa e i paragoni eccessivamente stringenti, in storia e in geopolitica, rischiano di essere fuorvianti. Ma la decisione tedesca di militarizzarsi con forza può essere sempre vista come un termometro dello stato di salute delle relazioni internazionali in Europa. E il vento, oggi, butta in tempesta chiamando la Germania nuovamente nella storia e svegliandola una volta per tutte dal lungo sonno, senza che l’Occidente possa vedere in ciò, questa volta, una minaccia. Staremo a vedere, nei prossimi anni, le conseguenze a tutto campo della nuova postura di Berlino.

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