Il ritorno degli Stati Uniti in Africa: così si combatte la nuova sfida Usa-Cina

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In appena 20 anni Stati Uniti e Cina hanno invertito i loro ruoli in Africa. Se, tra la fine degli anni ’90 e l’inizio del Duemila, a dettare legge sul Continente Nero erano gli statunitensi – il 15,5% degli scambi commerciali in loco parlava americano, a fronte del misero 4% cinese – oggi la situazione si è completamente capovolta. Nel 2020, Washington poteva contare su una quota di commercio pari al 5,6%, mentre Pechino dominava la scena con un enorme 25,6%.

Nel frattempo, in questo stesso lasso di tempo, il Dragone era riuscito a diventare anche il più grande prestatore bilaterale dell’intera Africa. In seguito, grazie alla Belt and Road Initiative (BRI), mastodontico progetto infrastrutturale lanciato da Xi Jinping nel 2013 per connettere economicamente (e non solo) la Cina al resto del mondo, i Paesi africani sono finiti in vetta all’agenda geopolitica del Partito Comunista Cinese.

Il gigante asiatico ha infatti investito miliardi e miliardi di dollari nella costruzione di infrastrutture nei più svariati Stati della regione. Strade, porti, ferrovie, centrali energetiche, perfino edifici governativi, case e tecnologia: la presenza cinese in Africa non poteva più passare sotto traccia. Era evidente come il Dragone avesse intenzione di creare una relazione diretta con il Continente Nero. Il governo cinese, del resto, non ne ha mai fatto mistero. Solo che, complice l’ascesa globale della Cina, c’è chi ha iniziato a coniugare le manovre del Dragone in Africa a una strategia di penetrazione locale votata a meri interessi geopolitici ed economici.

Il risveglio di Washington

Sotto la presidenza di Donald Trump, il problema della presenza cinese in Africa non ha mai occupato i primi posti dell’agenda della Casa Bianca. Certo, esperti e analisti avevano più volte evidenziato come il ruolo giocato da Pechino nel Continente Nero stesse danneggiando gli interessi americani nella regione. Il punto è che in quel preciso momento Washington non era già più in grado di competere con lo strapotere accumulato dai rivali cinesi nella regione africana. Il soft power cinese, calibrato, tra gli altri aspetti, su una narrazione storica comune e su un modello economico-politico da imitare, era riuscito ben presto a occupare una prateria desolatamente vuota.

Adesso gli Stati Uniti si sono svegliati, ma potrebbe essere troppo tardi o, nel migliore dei casi, la strada verso la riconquista di una presenza strategica in loco rischia di essere in salita e irta di ostacoli. Come ha sottolineato il South China Morning Post, per riprendere almeno una parte del terreno perduto, Washington ha annunciato piani per riesumare Prosper Africa, un’iniziativa lanciata nel 2018 per espandere investimenti e scambi con i Paesi del continente – così da contrastare l’influenza cinese – e consolidare la cosiddetta Biden Build Back Better World (B3W), una sorta di “copia sbiadita” della BRI, ancora molto nebulosa. Il punto è che la Cina ha lanciato la sua strategia Go Global ben 20 anni fa, incoraggiando le imprese cinesi a investire e cercare mercati esteri. Quel piano ha trovato terreno fertile in Africa, dove Pechino raccoglie adesso frutti più o meno dolcissimi.

Il vantaggio cinese

La Cina è diventata il principale partner commerciale dell’Africa nel 2009, soppiantando proprio gli Stati Uniti. In un secondo momento, nonostante una posizione di tutto rispetto, Pechino ha calato un altro jolly per consolidare la propria posizione. Con la BRI, oltre alle relazioni bilaterali tra la Cina e i singoli Paesi africani, il Dragone ha fatto rivivere le antiche rotte commerciali. Tra il 2013 e il 2019, i cinesi hanno così anticipato agli africani la bellezza di 106,7 miliardi di dollari per la costruzione delle più svariate infrastrutture, oltre ad altri fiumi di denari. Il risultato di una simile doppia mossa è che l’influenza cinese non sta toccando soltanto l’ambito commerciale, ma anche altri settori, come ad esempio la cultura (giusto per fare un esempio, la Cina è diventata la prima destinazione degli studenti africani di lingua inglese davanti a Stati Uniti e Regno Unito).

Gli Stati Uniti non sono rimasti propriamente con le mani in mano, ma il loro margine di manovra è apparso limitato rispetto allo strapotere cinese. Possiamo menzionare il più grande investimento sostenuto dall’America in Africa negli ultimi anni, ovvero il finanziamento di un progetto di gas naturale liquefatto in Mozambico, oppure il prestito di 4,7 miliardi di dollari per costruire un impianto GNL nella penisola di Afungi, sempre in Mozambico. La sensazione è che gli Stati Uniti punteranno tutto su energia pulita, salute, infrastrutture e agrobusiness. Ma dall’altra parte la Cina è una locomotiva che non intende fermarsi, visto che nell’ultimo decennio i suoi investimenti diretti esteri nella regione sono cresciuti mediamente a un ritmo del 40% all’anno.