L’Albania è la chiave di volta per l’egemonizzazione della penisola balcanica. Esercitare un’influenza determinante su questa antica nazione equivale ad ipotecare il controllo sulla cosiddetta “cintura delle Aquile” – il triangolo Tirana-Pristina-Skopje -, la rampa di lancio multidirezionale in grado di proiettare il giocatore di turno simultaneamente in Grecia, Bulgaria, Serbia, Bosnia e Adriatico.

Chi controlla la cintura delle Aquile decuplica le probabilità di poter costruire una posizione egemonica nei Balcani, i quali, a loro volta, essendo lo storico tallone d’Achille dell’Europa, sono fondamentali per condizionare le dinamiche politiche del Vecchio Continente. La Turchia, condendo la propria agenda estera di ragioni e giustificazioni storiche, culturali e religiose e sfruttando l’arretramento della Russia e le debolezze dell’Unione Europea, sta lentamente riportando i Balcani ad essere Rumelia (l’appellativo ottomano dato alla parte meridionale della penisola).

L’ultimo successo straordinario conseguito dalla diplomazia della Sublime Porta nei Balcani riguarda l’Albania, il centro nevralgico della cintura delle Aquile, che dal 6 gennaio 2021 è divenuta partner strategico della Turchia.

Albania e Turchia diventano partner strategici

Il partenariato strategico è stato istituto ad Ankara nella giornata del 6 gennaio, alla presenza del presidente turco Recep Tayyip Erdogan e del primo ministro albanese Edi Rama, attraverso la firma di una “dichiarazione politica congiunta sullo stabilimento del Consiglio di Cooperazione Strategica di Alto Livello”. Il nuovo schema cooperativo condurrà al potenziamento della collaborazione bilaterale in ogni settore, inclusi gli affari esteri, consentendo alla Turchia di estendere notevolmente il proprio raggio d’azione nella terra delle Aquile e nel suo figlio prediletto, il Kosovo.

A margine dell’incontro, monopolizzato dall’obiettivo di dar luogo al partenariato strategico, Erdogan e Rama hanno siglato cinque accordi di cooperazione nei campi di sanità, istruzione, costruzioni, infrastrutture e cultura; ovvero quei settori in cui la Turchia non teme la concorrenza dei rivali in virtù della competenza e della strumentazione possedute. È Ankara, del resto, che ha guidato la diplomazia degli aiuti umanitari e della ricostruzione nel post-terremoto – troneggiando nell’invio di volontari e soccorsi ed occupandosi dell’edificazione di 522 unità abitative –, e, adesso, dopo la semina, è il turno del raccolto.

Erdogan, inoltre, ha preannunciato che la Turchia sta pianificando “di incrementare gli investimenti nelle infrastrutture e nel turismo in Albania” e che ambisce ad “elevare la cooperazione economica ad una nuova dimensione”. Rama, da parte sua, ha dichiarato che il partenariato strategico è il riflesso di una “forte volontà” da parte delle forze politiche e dei due popoli.

Risultati tempestivi

La nascita del partenariato strategico non ha tardato a manifestare effetti: sono iniziati dei colloqui fra ufficiali appartenenti ai ministeri della difesa per potenziare le forze armate albanesi con armamenti della Aselsan, è stato siglato un memorandum d’intesa che investe la Turchia dell’incarico prestigioso di costruire un sistema di controllo elettronico antisismico a protezione dell’Albania, e il 9 è stato inaugurato il cantiere del maxi-ospedale di Fier.

Il presidente turco ha promesso che l’ospedale, progettato per servire l’intera regione e fungere anche da “centro per il trasferimento di tecnologia e conoscenza dal sistema sanitario turco a quello albanese”, verrà costruito in tre mesi e non ha nascosto al pubblico le ragioni di una simile urgenza: ad aprile si terranno le parlamentari a Tirana. Rama, che è legato a Erdogan da un profondo rapporto di amicizia – oltre che di lavoro –, con i risultati portati a casa dalla bilaterale di Ankara, potrebbe aumentare le speranze di rielezione.

La Turchia, inoltre, aumenterà ulteriormente la propria esposizione negli ambienti dell’istruzione e della cultura, con il pretesto della lotta alla rete educativa internazionale di Fetullah Gulen, e migliorerà la propria immagine agli occhi della comunità musulmana occupandosi della restaurazione della storica moschea di Scutari, un gioiello dell’architettura ottomana costruito su volere di Mehmed Pascià Bushati nel 1773.

L’ombra turca su Tirana

Gli ottomani hanno fatto ritorno in Albania nel dopo-guerra fredda, approfittando della caduta del comunismo e della debolezza della politica estera italiana e trovando terreno fertile nel fatto che ad accoglierli, questa volta, non hanno trovato un Giorgio Castriota, ma una generazione di politici post-ideologici e interessati a recuperare l’antico legame con la Turchia.

L’evento spartiacque, ad ogni modo, è stata l’entrata in scena di Edi Rama, al potere dal 2013, colui che ha fatto dell’approfondimento delle relazioni bilaterali con Ankara uno degli imperativi strategici dell’agenda estera albanese. Negli ultimi otto anni, l’influenza turca a Tirana (e Pristina) è aumentata di pari passo alla diminuzione della presenza italiana: aviazione civile (Air Albania dal 2019 è proprietà della Turkish Airlines al 49%), commercio, cultura, edilizia, energia, investimenti, telecomunicazioni, turismo; non vi è settore in cui Ankara non abbia interessi e posizioni egemoniche da difendere.

La stragrande maggioranza delle operazioni di infiltrazione nel tessuto economico albanese, dal minerario alle costruzioni, è stata affidata alla Çalik Holding, uno dei cavalli di Troia meno conosciuti e più utilizzati da Ankara, i cui tentacoli sono estesi in ogni settore strategico di Tirana e Pristina.

Ultimo, ma non meno importante, un campo in cui Erdogan ha scommesso sin dall’inizio è la religione. In Albania, caso huntingtoniano di “Paese diviso”, i musulmani rappresentano circa il 60% della popolazione e l’opportunità del risveglio identitario post-comunista è stata colta egregiamente e rapidamente dalla Turchia. L’esempio più emblematico, a questo proposito, è rappresentato dalla Grande Moschea di Tirana (Xhamia e Madhe e Tiranës), la cui costruzione, iniziata nel 2015 e ancora in corso, è stata affidata al Direttorato degli Affari Religiosi di Turchia (Diyanet).

La Grande Moschea di Tirana, una volta completata, sarà il più grande luogo di culto islamico dei Balcani: quattro minareti dall’altezza di cinquanta metri ciascuno, estensione su una superficie di diecimila metri quadrati, capienza di 4.500 / 5.000 fedeli. La struttura sarà la colonna portante di un più ampio complesso – inclusivo di centro culturale, biblioteca, aula conferenze e scuola di lingua turca – strategicamente localizzato nel cuore della capitale albanese, ossia nei pressi del palazzo del parlamento. Il costo del progetto ne riflette la natura elefantiaca: trenta milioni di euro.

L’importanza della cintura delle Aquile

Per la Turchia i Balcani rappresentano e continueranno a rappresentare una priorità della politica estera − al di là del partito al potere − per ragioni di contiguità geografica, ciclicità storica, strategia e ideologia. La strategia riguarda in particolare, ma non solo, il controllo della cosiddetta cintura albanese, ovvero il triangolo Tirana-Pristina-Skopje che circonda la Grecia e garantisce una proiezione di potere sul resto dei Balcani. L’ideologia, invece, è il neo-ottomanesimo, ossia la dottrina mirante alla ri-egemonizzazione di quei territori che un tempo furono sotto il dominio, diretto o indiretto, della Sublime Porta.

Il dinamismo turco in Albania, in Kosovo e in Macedonia del Nord è da leggere in questo di contesto di mescolanza tra fattori geostrategici e ideologici, poiché la cintura albanese riveste un ruolo pivotale all’interno della penisola: la Turchia potrebbe, attraverso essa, possedere una leva di pressione nei confronti della Serbia (ossia della Russia), della Bulgaria e della Grecia, oltre che disporre di una base con cui, in cui e da cui, promuovere il proprio potere morbido nell’intera regione.

La Turchia è riuscita a penetrare nella cintura albanese per via di una serie di fortunati eventi avvenuti nel dopo-guerra fredda e nel dopo-guerre iugoslave, in particolare la ritirata dell’Italia dall’Albania, dinamiche demografiche in Macedonia del Nord e la graduale fuoriuscita dell’Arabia Saudita dal mondo musulmano balcanico. Gli Stati Uniti, inoltre, erano alla ricerca di un alleato potente e affidabile al quale appaltare la gestione informale del Kosovo – e la Turchia era l’unica potenza ad offrire garanzie in tal senso, disponendo tanto della volontà quanto dei mezzi per costruire un’influenza multidimensionale sul piccolo Stato: moschee, centri culturali, istruzione, cultura, intrattenimento (serie televisive), commercio.