Il ritiro degli Stati Uniti dall’Afghanistan con il conseguente rapido sfaldamento della compagine governativa di Kabul ed il ritorno dei talebani, viene visto come uno scenario che potrebbe ripetersi anche in Iraq, dove parimenti Washington, da tempo, sta diminuendo la sua presenza militare. Prima di cercare di capire quanto effettivamente questa possibilità potrebbe avverarsi, è bene ricostruire brevemente quanto successo negli ultimi due cruciali anni in quel di Baghdad.

Le prime fasi del disimpegno

Nel dicembre 2019, l’Iraq e gli Stati Uniti hanno iniziato a discutere del ritiro parziale delle truppe americane dal Paese con compiti “combat”. Quanto accaduto a gennaio 2020, durante le massicce proteste che sono seguite all’escalation tra Washington e Teheran, ha fatto presagire che l’Iraq potesse uscire totalmente dal controllo statunitense: il consiglio dei rappresentanti iracheno aveva infatti approvato una misura non vincolante per “espellere tutte le truppe straniere dal Paese”, comprese le truppe americane e iraniane. Dopo quel voto, l’allora presidente degli Stati Uniti Donald Trump prese la decisione, a marzo, di iniziare a ritirare le forze pur mantenendo quelle con compiti di addestramento.

In quello stesso mese, infatti, la Coalizione a guida Usa ha iniziato a trasferire il controllo di una serie di installazioni militari alle forze di sicurezza irachene: ad aprile quattro basi, delle tredici americane presenti nel Paese, venivano affidate agli iracheni. Il 28 agosto gli Stati Uniti hanno affermato che avrebbero ridotto le truppe di un terzo, passando da 5200 a 3500 uomini, mentre pochi giorni dopo, il 9 settembre, l’esercito americano ha dichiarato che la riduzione avrebbe portato il numero totale di personale combattente a 3mila unità. Queste scendevano a 2500 a gennaio del 2021 ma Washington, il mese successivo, ha comunicato che la Nato avrebbe ampliato la sua missione per addestrare le forze irachene nella lotta contro l’Isis, invertendo quindi la tendenza del ritiro delle truppe Usa. Ad aprile 2021, l’U.S. Centcom (Central Command) ha dichiarato che non c’erano piani per un ritiro totale delle forze statunitensi dall’Iraq, sottolineando la continua minaccia data dall’insurrezione dell’Isis e dalle milizie sostenute dall’Iran. Poche settimane fa, a luglio, il neo presidente Joe Biden ha annunciato che avrebbe posto termine alla missione “combat” dei soldati statunitensi in Iraq entro la fine di quest’anno.

Il passaggio alla Nato

Il punto fondamentale, che ci permette di iniziare ad analizzare la possibilità del ripetersi di uno scenario afghano in Iraq, è proprio il “passaggio di consegne” tra Usa e Nato: la missione di supporto delle forze di sicurezza irachene, che prevede attività di addestramento impiegante sino ad oggi circa 500 soldati dell’Alleanza Atlantica (italiani compresi), vedrà quindi un importante rafforzamento nel numero di uomini impiegati che passerebbero a 4 o 5mila.

Il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, aveva precisato, a febbraio, che la missione sarebbe stata “ampliata”, con più personale alleato dispiegato in diverse istituzioni di sicurezza in tutto l’Iraq. “La missione si espanderà gradualmente, in risposta alla situazione”, aveva commentato. Lo scopo è “sostenere le forze irachene nella lotta al terrorismo e assicurarsi che l’Isis non ritorni”. Il segretario generale aveva anche sottolineato che la decisione sarebbe stata presa in risposta alle richieste ufficiali del governo iracheno, e realizzata in pieno accordo con Baghdad e nel rispetto “della sovranità e dell’integrità territoriale dell’Iraq”.

L’obiettivo dell’aumento della presenza della Nato, oltre quello della lotta al jihadismo nelle zone di Mosul e Kirkuk, è anche quello di contrastare la presenza dell’Iran nel Paese.

La Repubblica Islamica ha legami molto stretti con una parte degli sciiti iracheni, che sono la maggioranza nel Paese, e Teheran ha saputo intessere una fitta trama di relazioni e interdipendenze che si sono rivelate molto pervasive, al punto che in Parlamento e nelle forze armate, che hanno inglobato gruppi paramilitari sciiti – come Asa’ib Ahl al-Haq – raccolti sotto l’etichetta delle Forze di Mobilitazione Popolare, ci sono ufficialmente esponenti direttamente collegati agli Ayatollah. Un fattore che va tenuto a mente, in un periodo in cui le relazioni tra Iran e Usa non sono delle più rosee – per usare un eufemismo – nonostante la riapertura delle trattative sul nucleare.

Sebbene, attualmente, per il contingente Nato si parli di compiti di “training” (addestramento), quindi non combattenti, 5mila soldati sono una forza importante da impiegare nel Paese (ed un bel deterrente), che pareggia sostanzialmente la presenza americana che si è avuta sino allo scorso agosto. Va anche considerato che il fondamentale appoggio aereo, dato dalla missione Inherent Resolve, non è mai andato diminuendo in questo periodo di riduzione delle truppe Usa, e ancora non si parla di un suo ridimensionamento, com’è avvenuto per l’Afghanistan.

Le differenze tra Iraq e Afghanistan

Esistono poi delle differenze profonde e sostanziali tra la società afghana e quella irachena: in Iraq, sebbene ci siano confessioni diverse (ma con una salda maggioranza sciita) e anche etnie diverse (si pensi ai curdi), non esistono profonde divisioni tribali e “signori della guerra” in lotta tra loro, pronti a cambiare casacca a seconda della migliore offerta.

Le stesse istituzioni irachene sono più salde rispetto a quelle afghane – proprio per il motivo di cui sopra – sebbene quasi allo stesso modo corrotte, ed è ragionevole pensare che, fintanto che ci sarà una qualche forma di supporto occidentale, potrebbero reggere l’urto di un eventuale parossismo dell’Isis, soprattuto dopo quanto successo con la nascita del Califfato nel Nord del Paese cinque anni fa.

Esiste però uno scenario peggiore: quello in cui il supporto aereo dato da Inherent Resolve dovesse venire a mancare (o fosse pesantemente ridimensionato) e che le truppe Nato fossero “legate” da regole di ingaggio ferree che non permettano loro di effettuare nessun tipo di contrasto armato verso gli “insorti”. In quel caso, ma solo in quel caso, le forze di sicurezza irachene potrebbero venire messe a dura prova dal ritorno di fiamma dell’Isis.

Non dimentichiamoci, però, che l’Iran – che in Afghanistan ha cinicamente supportato finanziariamente e armato i talebani (espressione del wahabismo sunnita) in funzione anti Usa – non permetterebbe allo Stato Islamico di riprendere forza in Iraq: nei piani di Teheran c’è la creazione di una sfera di influenza che va dal Golfo Persico al Mar Mediterraneo, e pertanto sarebbe spinta a intervenire – in modo più diretto di quanto già non faccia ora – sulla falsa riga di quanto avvenuto in Siria.