Le proteste che sono divampate in Iran per il crollo della valuta, il rial, e per la prolungata crisi economica del Paese hanno segnato il risveglio del bazar, della classe di mercanti, commercianti e artigiani che rappresenta il nerbo storico della società iraniana e la cui movimentazione è termometro della condizione politica del Paese. Fu la protesta del bazar, nel 1978-1979, a fornire carburante alla rivoluzione khomeinista. E oggi la Repubblica Islamica deve guardare con attenzione alle tensioni sociali e alle istanze di coloro che hanno scioperato e si sono riuniti in protesta nelle vie della città contro il carovita e la crisi economica.
Il bazar e la voce profonda dell’Iran
Storicamente, i bazari sono stati uno dei pilastri del consenso alla Repubblica Islamica. Ora, la protesta erutta per la sovrapposizione di quattro fattori. In primo luogo, la fragilità strutturale del Paese, piagato da anni di crisi economica. In secondo luogo, la svalutazione del rial, che ha raggiunto un tasso di conversione rispetto al dollaro di uno a un milione e quattrocentomila, un picco estremamente elevato di svalutazione della valuta nazionale, accelerato dalla rottura della strategia tradizionale di acquisto di dollari a prezzi calmierati nel mercato interno da parte delle autorità finanziarie iraniane.
Terzo punto è stata la contingenza della seconda metà del 2025, dopo la fine della guerra con Israele: tra siccità prolungate e crisi energetiche, il Paese è stato messo a dura prova. Last but not least, l’Iran si trova da mesi a vivere una situazione problematica sul piano internazionale, con il rinnovo delle sanzioni scattato a ottobre tramite la riattivazione del meccanismo di snapback, voluto dagli Stati Uniti e dai Paesi europei. Questo meccanismo è stato riattivato perché tali Paesi non ritengono più che l’Iran sia in conformità con il JCPOA, l’accordo nucleare del 2015.
Dal 2021 a oggi, anni di proteste
Questa protesta covava da tempo. Da tempo in Iran si registrano manifestazioni di carattere prevalentemente economico che talvolta sfociano in proteste più ampie di critica allo Stato. Dal 2021 a oggi, questo è il quinto caso di manifestazioni di massa nel Paese: abbiamo avuto quelle contro la crisa idrica (2021), quelle per il carovita alimentare e le proteste seguite all’uccisione di Mahsa Amini nel 2022 e nel 2025, poco prima della guerra con Israele, la protesta massiccia di camionisti e trasportatori contro la crisi economica. L’elezione di Masoud Pezeshkian nel 2024 era stata vista proprio come un tentativo di mediare tra le istanze del regime degli ayatollah e quelle di una popolazione sempre più insoddisfatta.
È interessante osservare come una delle componenti sociali più conservatrici o comunque più moderate della società iraniana, cioè i mercanti del bazar, stia assumendo il ruolo di soggetto politico critico nei confronti dell’operato del governo.
I complessi compromessi di Pezeshkian
Negli ultimi anni, in realtà, i bazari si sono in parte allontanati da quel sostegno fervente al sistema politico iraniano, pur restando una componente relativamente moderata del panorama politico e salutando il cambio di passo del potere politico dopo la morte di Ebrahim Raisi nel 2024. È significativo che siano proprio loro al centro della protesta e a costituire l’asse portante attorno al quale si sta raccogliendo parte del dissenso antigovernativo. A queste proteste Pezeshkian ha risposto incontrando i rappresentanti delle gilde, delle corporazioni e dei sindacati per cercare un accordo e attivare una serie di misure di emergenza.
Un’altra misura adottata è stata la sostituzione del governatore della Banca centrale iraniana, Mohammad Reza Farzi, rimpiazzato dall’ex ministro delle Finanze Abdolnasser Hemmati, criticato però perché tra gli artefici delle manovre che hanno portato al boom del cambio rial-dollaro. Portarlo in auge nel pieno delle proteste è una mossa a dir poco ardita da parte di un governo solitamente accorto.
Nel frattempo, le proteste sono andate oltre il mercato. Sembra esserci una frattura tra i manifestanti della prima ora, legati al bazar e motivati principalmente da ragioni economiche, e coloro che si sono aggiunti successivamente, portando una critica più generale e radicale al governo.
L’Iran è il malato d’Asia ma guai a darlo per spacciato
Al momento, quindi, le proteste appaiono disordinate, sebbene abbastanza pacifiche dal lato dei manifestanti. Il governo, in parallelo al ramoscello d’ulivo del presidente, sembra aver messo in campo tutto il proprio apparato di sicurezza, con il dispiegamento dei Pasdaran e altre misure di contenimento. Come nel 2022, ci sono molte forme di istanze e di protesta contro il governo. Rispetto all’era Raisi, però, la risposta appare meno orientata alla repressione e più attenta a cercare il dialogo con le ali più attente al confronto delle proteste. Va inoltre sottolineato che, all’orizzonte, non si intravede un fronte di opposizione strutturato e organizzato in grado, a mio avviso, di guidare un’alternativa politica credibile alla Repubblica Islamica.
Resta il fatto che il susseguirsi di proteste nel corso degli anni sta erodendo profondamente la base di consenso del regime. Quello iraniano è un regime in agonia, un sistema politico sempre più sotto pressione da fronti interni ed esterni. Se aggiungiamo che la situazione internazionale non è particolarmente favorevole — con dichiarazioni recentemente molto belligeranti di Donald Trump nei confronti dell’Iran durante la visita americana di Benjamin Netanyahu, e al contempo voci di una possibile mediazione russa tra Israele e Iran per evitare un’escalation — il quadro resta tutt’altro che rassicurante.
Un Deng Xiaoping per l’Iran?
Il politologo Vali Nasr in un articolo sull’Economist ha paragonato questo momento di transizione in Iran al periodo di passaggio tra la morte di Mao e l’avvento di Deng Xiaoping in Cina. Un’analogia interessante, anche se viene da chiedersi dove sia questo “Deng Xiaoping iraniano”, che al momento non si intravede. Un altro paragone suggestivo viene fatto sul piano iconografico, citando immagini recenti che mostrano un manifestante circondato dalle forze di sicurezza motorizzate, richiamando alla mente piazza Tiananmen.
L’Iran degli ayatollah è un “malato d’Asia” come l’Impero ottomano fu per secoli il “malato d’Europa” prima del suo collasso. La sorprendente resistenza del regime alla guerra con Israele segnala che però è ancora presto darlo per spacciato. Gli scenari per i prossimi anni vanno da quello di un collasso più o meno lento o a una trasformazione, magari in seguito a una futura scomparsa dell’ayatollah Khamenei e alla conseguente successione ai vertici del potere. Resta da capire se emergerà un indirizzo più marcatamente militare o un riassetto più eterogeneo che integri anche elementi politici nel sistema. Si parla di un possibile ritorno di Hassan Rouhani o dell’ascesa di Hassan Khomeini, nipote di Khomeini. Ma per ora queste sono solo ipotesi. Vedremo cosa ci dirà l’Iran, che resta, come sempre, un oggetto di studio affascinante e complesso. E ogni volta che le proteste divampano nel gigante centroasiatico, ci ricordano la complessità di un Paese articolato e da leggere senza semplificazioni.
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