L’attuale situazione libica sta creando non pochi grattacapi al governo italiano, dall’apertura delconsolato a Bengasi alla Missione Bilaterale di Assistenza e Supporto in Libia (Miasit) e all’ospedale militare di Misurata, come già emerso in un recente pezzo di Fausto Biloslavo. Roma si trova tra due fuochi, oggetto di pressioni da parte dell’esecutivo di Tripoli da una parte e di Haftar dall’altra.

Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha ribadito da Pechino che “non siamo a favore di Haftar o di al-Sarraj, ma con il popolo libico, che ha diritto a vivere in pace”.

Una posizione più che comprensibile che potrebbe anche essere interpretata come un “non importa chi va al potere, pur che venga fatto senza un’escalation militare”: ipotesi seppur ormai remota ma d’interesse primario per Roma, visto che un susseguirsi e un ampliarsi degli scontri incrementerebbe il rischio che riprendano le partenze via mare degli immigrati; non a caso il governo Conte spinge per una soluzione politica e se da una parte il governo italiano continua con il sostegno all’esecutivo di Tripoli guidato da Fayez al-Sarraj, dall’altro mantiene aperti i canali col generale Haftar.

La strategia del tenere i piedi su due staffe è però azzardata e rischia di diventare controproducente perché, se mal gestita, scontenta entrambe le parti e porta a una perdita di credibilità con i relativi interlocutori.

Nello specifico caso libico è opportuno interrogarsi sulle motivazioni del sostegno italiano all’esecutivo guidato da al-Sarraj che seppur sostenuto dall’Onu, è pur sempre un governo debole, parziale e temporaneo; del resto al-Serraj fa fatica persino a controllare Tripoli.

L’ eredità di vecchie strategie fallimentari

Il sostegno di Roma al governo di al-Sarraj non è altro che l’eredità di una strategia fallimentare che trova origine in quelle “Primavere Arabe” che di primaverile hanno tra l’altro mostrato ben poco.

All’epoca infatti l’amministrazione Obama puntò su una serie di esecutivi guidati dai Fratelli Musulmani che dovevano andare a rimpiazzare i regimi in Tunisia, Egitto, Libia e Siria, ma di fatto poi le cose andarono diversamente.

In Egitto il governo-regime islamista guidato da Mohamed Morsi durò a malapena un anno prima di essere rovesciato da una rivolta popolare sostenuta dall’esercito; in Tunisia l’esecutivo dei Fratelli Musulmani venne duramente contestato dalle opposizioni, anche a causa di seri episodi di violenza, verificatisi durante il mandato di Ennahda, tra cui gli omicidi di due esponenti della sinistra tunisina, precisamente Choukri Belaid e Mohamed Brahmi.

In Siria i Fratelli Musulmani, nonostante la chiamata al jihad del loro leader spirituale Yusuf Qaradawi, l’intensa campagna mediatica e il lobbying politico a livello internazionale, non sono riusciti a prendere il potere, in parte a causa della forte frammentazione della cosiddetta “resistenza” anti-Assad, nonché per l’ingresso nel conflitto di Isis e al-Qaeda. Il risolutivo intervento militare russo ha poi segnato l’epilogo del conflitto.

In Libia invece l’amministrazione Obama ha puntato su al-Serraj, sostenuto dalle milizie legate ai Fratelli Musulmani libici, come interlocutore da porre alla guida di un piano di riunificazione nazionale sostenuto dall’Onu ed è oggi uno degli esecutivi “superstiti” di tale linea politico-strategica.

Vale la pena ricordare la dichiarazione fatta dal Segretario di Stato, John Kerry, nel maggio 2016 a Vienna: “Il governo Serraj è l’unico legittimo della Libia, che ora deve iniziare a lavorare ed è un “imperativo per la comunità internazionale sostenerlo”.

Pochi mesi dopo, a ottobre 2016, era l’allora presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, a ribadire il sostegno al governo di al-Serraj e lo faceva assieme a Rachid Ghannouchi, presidente del partito islamista tunisino Ennahda, ideologicamente legato ai Fratelli Musulmani.

In una nota della Farnesina si leggeva infatti: “Italia e Tunisia sostengono con convinzione il primo ministro libico, Fayez al Serraj, il Consiglio presidenziale e il Governo di accordo nazionale e un approccio basato sui principi di inclusività, integrità territoriale e sovranità del Paese”.

Al-Sarraj e i Fratelli Musulmani

Il sostegno fornito da Washington e Roma ai Fratelli Musulmani libici risultava già obsoleto e inopportuno tra il 2015 e il 2016 e i segnali c’erano tutti. L’”internazionale” della Fratellanza era al bando in Egitto, Siria, Emirati Arabi, Russia mentre il Qatar, principale sponsor dell’organizzazione islamista, veniva isolato da Arabia Saudita, Emirati, Egitto, Bahrein, governo della Libia orientale e Yemen con l’accusa di sostenere il terrorismo.

A tutto ciò andava ad aggiungersi il contesto politico turco con la deriva autoritaria di Recep Tayyip Erdogan, anch’egli legato ai Fratelli Musulmani e primo sostenitore di Mohamed Morsi. Nel corso del conflitto siriano, Ankara è stata tra l’altro più volte presa in castagna mentre inviava armi ai jihadisti oltre confine e mentre curava membri dell’Isis nei propri ospedali.

Insomma, non solo la strategia della sostituzione dei regimi con governi cosiddetti “democraticamente eletti” a guida Fratelli Musulmani era fallita, ma l’organizzazione islamista si trovava e si trova tutt’ora nella fase più drammatica della propria storia

Nonostante ciò, ancora oggi c’è chi non molla e continua a sostenerli, anche in Libia, dove la Fratellanza mantiene posizioni di rilievo nell’esecutivo di al-Sarraj. Molte delle milizie armate nella zona di Tripoli sono infatti espressione diretta dei Fratelli Musulmani e sono le prime ad opporsi a qualsiasi tipo di accordo tra al-Sarraj e Haftar; di fatto si può anche dire che al-Serraj è ostaggio di queste milizie e non poteva che essere così visto che senza armi in Libia non si governa.

Se poi si va a osservare chi sono le potenze mediorientali che sostengono l’esecutivo di al-Sarraj, guarda caso emergono proprio Qatar e Turchia, i due principali Paesi-roccaforte dei Fratelli Musulmani, senza dimenticare però il sostegno fornito dalla Fratellanza tunisina; un’eventuale crollo dell’esecutivo islamista avrebbe infatti ripercussioni anche sugli ambienti islamisti tunisini legati a Ennahda che perderebbero un partner di vitale importanza in un momento in cui l’area-Fratelli è in seria crisi. Non è certo un caso che è stata proprio Ennahda a inizio aprile a esprimere preoccupazione per l’avanzata di Haftar verso Tripoli; posizione ribadita subito dopo anche dall’International Union of Islamic Scholars, organizzazione con base in Qatar ed espressione proprio della Fratellanza Musulmana. Insomma, ancora una volta i segnali ci sono tutti e forse stavolta è bene ponderare attentamente prima di fare passi falsi.

GILET GIALLI: UN ANNO DOPO
Leggi il reportage