Tra l’Europa e Donald Trump non è mai corso buon sangue. E la crisi con l’Iran ha riesumato uno scontro che è da sempre una costante dell’amministrazione del presidente Usa.

Per i Paesi europei che hanno partecipato all’accordo sul programma nucleare di Teheran (ma anche chi non è stato coinvolto, come l’Italia) è essenziale che il patto del 2015 resti in vigore. Ma l’elezioni di Trump ha rimesso tutto in discussione. E adesso, con la fine del patto da parte americana, le sanzioni, le varie crisi in Medio Oriente e la guerra delle petroliere nel Golfo Persico, l’escalation tra Usa e Iran ha investito inevitabilmente anche la diplomazia europea.

L’Europa continentale, da quella crisi, vuole tenersene distante. Lo fa sia come Unione europea sia come singole potenze. Ma nessuna sembra essere particolarmente interessata a inserirsi nella contesa. Nessuna potenza europea vuole mettersi contro gli Stati Uniti, ma nessuna vuole mettersi di traverso all’accordo sul programma nucleare iraniano né a compattare realmente l’asse atlantico. E l’impressione è che la spaccatura tra le due sponde dell’Atlantico sia approfondita anche da questa crisi del Golfo. Dove per adesso c’è una sola certezza: Trump non è riuscito (o non ha voluto) ricompattare l’asse tra Europa e America. Mentre è sempre più netto il tentativo dei Paesi europei di discostarsi dalla strategia di Washington (di questa amministrazione in particolare) rispetto all’Iran. E la prova è arrivata proprio in queste ore, con la scelta degli Stati europei di temporeggiare (o di esprimere direttamente il rifiuto) rispetto alla richiesta americana di unirsi nella coalizione per il controllo dello Stretto di Hormuz e di Bab el-Mandeb.

L’Europa del “no” è guidata principalmente dalla Germania. Ieri il ministro degli Esteri, Heiko Maas, ha ribadito in conferenza stampa il rifiuto di Berlino a partecipare alla missione voluta dagli Stati Uniti e dal Regno Unito per controllare le acque del Golfo Persico. Il giudizio di Maas è stato netto. Di fronte ai giornalisti, il ministro tedesco ha parlato dell’idea britannica di unirsi all’operazione Usa con queste parole: “Al momento i britannici preferirebbero unirsi a una missione guidata dagli Stati Uniti. Noi non lo faremo”. Aggiungendo che il desiderio tedesco sarebbe quello di “una missione europea”.

Un desiderio che ha un preciso significato strategico: per la Germania è fondamentale che sia l’Europa a trazione tedesca a guidare questo tipo di missione, non gli Stati Uniti insieme al Regno Unito. Due potenze che ad oggi rappresentano i veri rivali della strategica tedesca in Europa: contraltari atlantici al dominio del continente.

Da questo punto di vista, la crisi del Golfo Persico non è solo una sfida tra Iran e Stati Uniti. È anche un’altra declinazione tra una frattura che è sempre più netta fra America ed Europa, che vivono in questi anni, specie con l’ascesa di Trump, una divario incredibile. L’amministrazione americana ha deciso di dichiarare guerra all’Unione europea a trazione tedesca (più che a quella franco-tedesca) confermando la volontà strategica di Washington di limitare l’eventuale consolidamento di un potere tedesco sull’Europa. Trump non può considerarsi l’artefice di questo scontro: ma sicuramente uno dei migliori interpreti. E l’attacco degli Stati Uniti all’Europa germanocentrica si traduce in diverse forme: l’assalto all’euro e la possibile guerra valutaria; lo scontro sui dazi; le sanzioni al Nord Stream 2; il sostegno alla Brexit, il favore verso i movimenti critici con l’Unione europea; lo scontro sui rapporti con Cina e Russia. E infine la questione Iran, con gli Usa a manovrare per spaccare il fronte europeo rispetto al programma nucleare iraniano.

Dal’altra parte, la Germania resiste e prova a giocare le sue carte. Il rifiuto tedesco di partecipare all’operazione navale nel Golfo è già un segnale chiarissimo. Così come è chiaro il fatto che sia l’Italia che la rancia abbiano mostrato tentennamenti rispetto alla richiesta giunta da Washington. Nessuno ha interesse a unirsi in questa missione. Ma è soprattutto chiaro che i Paesi legati a doppio filo alla Germania non riusciranno a dire totalmente sì alle richieste di The Donald. E il rifiuto degli alleati europei è solo l’ultimo di una serie di “no” giunti alle orecchie dell’amministrazione americana da parte dei partner del Vecchio continente. Specialmente nell’ambito della sicurezza.

Lo scontro, in ogni caso, è sotto gli occhi di tutti. Da una parte c’è il vento atlantico, che si rafforza con la rinnovata special relationship tra Regno Unito e Stati Uniti confermata dall’ascesa di Boris Johnson alla guida del governo britannico. È L’asse atlantico per eccellenza, ma anche l’alleanza che rappresenta la Brexit e la spaccatura nei confronti dell’Ue. Dall’altra parte, c’è l’Unione europea che prova a muovere i suoi passi chiedendo la guida della missione navale nel Golfo Persico (così come voluto dalla Germania) ma soprattutto con un rifiuto nei confronti di Trump che sa di ennesimo scontro tra le due sponde dell’Atlantico. Una guerra che è economica e finanziaria, e che adesso ha raggiunto anche il campo politico. La missione di Hormuz è solo l’ultimo clamoroso esempio.