Vladimir Putin ha lanciato importanti riferimenti alla collaborazione sovietico-americana durante la Seconda guerra mondiale in occasione del summit di Anchorage con Donald Trump. E per un leader russo il richiamo alla “Grande Guerra Patriottica” combattuta da Mosca nel campo degli Alleati contro la Germania nazista non è un riferimento casuale, ma una scelta da ben ponderare.
La cooperazione Mosca-Washington
Per la Russia la vittoria dell’Armata Rossa di Stalin contro le truppe di Adolf Hitler e la liberazione dell’Europa orientale dall’occupazione del Terzo Reich rappresentano la mitologia nazionale contemporanea, il ricordo dei 23 milioni di morti subiti dall’Urss nel conflitto è rinnovato ogni 9 maggio, Giorno della Vittoria, nelle parate che si svolgono a Mosca e nel resto del Paese.
Soprattutto, enfatizzare la collaborazione inter-alleata e soprattutto quella tra Mosca e Washington intende richiamare un messaggio preciso: Putin, come in fin dei conti Trump, è un nostalgico di quando i summit russo-americani plasmavano il mondo, ipotizza e accarezza l’idea della “Nuova Yalta“, eredita una tendenza dello Stato profondo russo volta alla “nostalgia del 1945”, all’eredità della vittoria alleata sul nazifascismo che consentì la riscrittura totale dell’ordine globale.
Il richiamo nazionale alla Seconda guerra mondiale in Russia
In patria, per Putin la Seconda guerra mondiale è utile catalizzatore per il patriottismo panrusso, dato che lo stesso Stalin riscoprì il gotha dell’eredità identitaria nazionale per la propaganda bellica anti-nazista, presentando la difesa contro Hitler come una versione su scala maggiore della difesa del Paese dall’invasione napoleonica del 1812. All’estero, questo ricordo è leva diplomatica e strategica enfatizzando il ruolo della cooperazione su quella della competizione.
Per Putin, il valore del summit sta anche nel ricordo legato al secondo conflitto mondiale che l’Alaska evoca. “Durante la Seconda Guerra Mondiale, l’Alaska servì da punto di partenza per la leggendaria rotta aerea che trasportava rifornimenti in prestito, inclusi aerei militari e altri equipaggiamenti”, ha detto Putin parlando in conferenza stampa e aggiungendo che questa “era una rotta pericolosa e impegnativa su enormi territori coperti di ghiaccio” in cui “i piloti e gli esperti di entrambi i Paesi fecero tutto il possibile per raggiungere la vittoria insieme”.
Sovietici e americani “rischiarono e sacrificarono le loro vite per la nostra vittoria comune”, ha detto Putin, che recandosi a Anchorage ha fatto tappa a Magadan, città della Siberia orientale che si affaccia sul mare di Ochotsk, onorando i piloti sovietici e americani caduti nell’affrontare la pericolosa tratta aerea.
L’idea è chiara: 80 anni dopo, rinverdire la nostalgia del 1945, di quando russi e americani, pur con una Guerra Fredda all’orizzonte, potevano spartirsi il mondo e enfatizzare i risultati della cooperazione. E al contempo mandare un messaggio chiaro all’Europa e, in un certo senso, alla stessa Ucraina: l’obiettivo geostrategico di Putin è saldare la tenaglia russo-americana sul Vecchio Continente usando l’espediente narrativo e retorico del paragone tra gli obiettivi distruttivi della Germania nazista (o della Francia napoleonica prima di lei) verso la Russia e quelli dell’Unione Europea di oggi.
Il precedente del Svr
Tale narrazione è stata enfatizzata nei giorni in cui l’80esimo anniversario della fine della Seconda guerra mondiale in Europa si avvicinava, principalmente tramite una clamorosa azione propagandistica del Servizio d’Intelligence Estero (Svr) che ha indicato in un presunto “Eurofascismo” il comune nemico di Russia e Usa.
Allora l’Svr disse che l’Europa ha una “tendenza storica” al totalitarismo, scrivendo sul suo sito che Usa e Russia dovrebbero unirsi per contenere la tendenza guerrafondaia che sarebbe incentivata dalla Francia, dal Regno Unito e soprattutto dalla Commissione Europea di Ursula von der Leyen.
Lo Svr si dichiarava a favore di una “unificazione degli sforzi tra Mosca e Washington, capace di impedire che il mondo scivoli verso un nuovo conflitto globale e di fronteggiare possibili provocazioni sia provenienti dall’Ucraina sia dagli europei impazziti tradizionalmente sollecitati dalla Gran Bretagna”. Parole che risuonano in quanto detto a Ferragosto da Putin: “ci auguriamo che Kiev e le capitali europee affrontino gli attuali sviluppi in modo costruttivo e non cerchino di frapporre ostacoli né di ostacolare i progressi emergenti con atti provocatori o complotti dietro le quinte“.
Putin vuole solleticare con acuti riferimenti storici la volontà unilateralista di Trump e alimentare la narrazione della necessità di un nuovo 1945 tanto remoto quanto esaltato nella retorica. Saldando, al contempo, la tenaglia russo-americana su un’Europa non invitata al tavolo negoziale di Anchorage perché parte primaria del menù.
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