Netanyahu si incontra con Trump a Mar-a-Lago, subito dopo l’incontro tra il presidente Usa e Zelensky, a ulteriore riprova che le due criticità, Ucraina e Medio oriente, corrono in parallelo. Inutile scrivere ex ante sul vertice, più utile accennare al riconoscimento della sovranità del Somaliland da parte di Israele, carta calata a sorpresa da Netanyahu prima del summit, che ha una notevole importanza nel contesto geopolitico mediorientale (e non solo).
Un riconoscimento giunto inatteso, ma della nascita di un Somaliland sovrano si parla da tempo. Riportiamo dall’Associated Press del marzo scorso: “Gli Stati Uniti e Israele hanno contattato i funzionari di tre governi dell’Africa orientale per parlare dell’utilizzo dei loro territori come potenziali destinazioni per il trasferimento dei palestinesi sradicati dalla Striscia di Gaza“.
“I contatti con il Sudan, la Somalia e la regione separatista della Somalia nota come Somaliland riflettono la determinazione di Stati Uniti e Israele di portare avanti un piano che è stato ampiamente condannato e ha sollevato gravi questioni legali e morali. Poiché tutti e tre i paesi sono poveri e, in alcuni casi, devastati dalla violenza”.
Inoltre, è alquanto ovvio che il trasferimento non sarebbe volontario, ma forzato, data la resistenza della maggior parte dei palestinesi a tale opzione. Su tale ipotesi, riportiamo il New York Times del febbraio scorso: “La deportazione o il trasferimento forzato di una popolazione civile costituisce una violazione del diritto internazionale umanitario, un crimine di guerra e un crimine contro l’umanità […]. È proibito da molteplici disposizioni delle Convenzioni di Ginevra e il Tribunale di Norimberga, dopo la Seconda Guerra Mondiale, lo ha definito un crimine di guerra”.

“Lo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale (CPI) classifica i trasferimenti forzati di popolazioni sia come crimine di guerra che come crimine contro l’umanità. E se lo spostamento si concentra su un gruppo specifico in base alla sua identità etnica, religiosa o nazionale, allora si tratta anche di persecuzione, un crimine aggiuntivo”. Per tali ragioni, e per evidenti motivi socio-politici, nessuno Stato aveva accolto le richieste al riguardo.
Tornando all’articolo dell’AP, si riferiva che tra le autorità del Somaliland e gli Usa era in corso un dialogo riservato per arrivare a un accordo quadro: il riconoscimento della sovranità avrebbe potuto convincere il presidente del Somaliland, Abdirahman Mohamed Abdullahi – che puntava sul riconoscimento della sovranità della regione – a “fare marcia indietro” sul diniego di accogliere i palestinesi. È alquanto ovvio che a tale trattativa non era estranea Tel Aviv, dal momento che Netanyahu era entusiasta dell’idea (Timesofisrael).
Ad oggi il Somaliland, pur avendo incassato quanto desiderava, non si è espresso sull’accoglienza dei palestinesi, anche perché è chiaro che, se si procederà, si cercheranno modalità riservate.
Il riconoscimento ha fatto infuriare molti Paesi. Anzitutto le autorità somale, che vedono frantumarsi l’integrità territoriale, ma Anadolu elenca altri 20 Paesi arabi e africani che hanno preso posizione contro l’iniziativa.
Molto significativa la dura presa di posizione della Cina (Reuters). Invece, all’opposto, Taiwan ha accolto con favore la mossa israeliana, come spiega il Timesofisrael che annota come “Taipei e Somaliland coltivano relazioni bilaterali da diversi anni e nel 2020 hanno aperto uffici di rappresentanza reciproci nelle rispettive capitali”.

Si conferma così una tacita sfida di Israele nei confronti di Pechino, che si è andata delineando di recente tramite l’intensificarsi dei contatti bilaterali con Taiwan. Probabile che tale divergenza sia dovuta ai rapporti tra Pechino e Teheran, che Tel Aviv vede come fumo negli occhi.
Molti analisti vedono il riconoscimento del Somaliland anche come una mossa strategica per intensificare il contrasto agli Houti dello Yemen, antagonisti irriducibili di Tel Aviv per via del loro sostegno alla causa palestinese.
Tale sviluppo, peraltro, andrebbe di pari passo all’intensificarsi delle manovre degli Emirati Arabi Uniti – uno dei pochi Paesi arabi ad aver aderito agli Accordi di Abramo – nello Yemen. A inizi dicembre, infatti, il Consiglio di transizione meridionale (STC), autorità yemenita affiliata agli Emirati Arabi Uniti, ha avviato una manovra espansionistica ai danni delle aree yemenite controllate da autorità locali legate all’Arabia Saudita.
Secondo The Cradle, e non solo, la STC mirerebbe anche a ottenere un riconoscimento analogo a quello del Somaliland. Gli Houti vedrebbero quindi stringersi la morsa attorno allo Yemen del Nord da essi controllato, tanto che hanno minacciato reazioni nel caso in cui Israele inviasse nel Somaliland proprie forze.
Detto questo, tali manovre stanno seminando caos anche tra Emirati arabi uniti e sauditi, con questi ultimi che hanno minacciato di intervenire militarmente nel caso in cui la STC violasse ulteriormente le aree yemenite che fanno riferimento a Riad.
A tale caos non sembrano estranei gli Stati Uniti. Non sembra casuale, infatti, il fatto che l’iniziativa israeliana sia arrivata al termine di un’intensa campagna di bombardamenti Usa contro la Somalia, ufficialmente per contrastare le milizie islamiste di al Shabaab.
Come riferisce Antiwar, i bombardamenti effettuati quest’anno in Somalia sono stati più di quelli condotti “durante le amministrazioni di Joe Biden, Barack Obama e George W. Bush messe insieme”. Peraltro, tali attacchi si sono intensificati a ridosso del riconoscimento israeliano, con bombardamenti massivi il “22, 23 e 24 dicembre”.
A pensar male si fa peccato, ma spesso si indovina: probabile che tali attacchi miravano a destabilizzare la Somalia e a indurre le autorità del Somaliland ad accogliere l’iniziativa israeliana, non dovendo temere ritorsioni da parte degli antagonisti interni. Ma tale calcolo potrebbe essere errato.
Da vedere cosa farà Trump, al quale tali bombardamenti devono essere stati rivenduti come atto dovuto contro il terrorismo. La resistenza di tanti Paesi arabi alla frammentazione della Somalia, anzitutto quella dell’Arabia Saudita, potrebbe indurlo a frenare. Per ora prende tempo, non potendo andare allo scontro con Tel Aviv; anzi, incalzato da Netanyahu, potrebbe addirittura assecondare tale improvvida iniziativa com’è accaduto per altre criticità pregresse.


