il riarmo del Giappone, un banco di prova per l’ordine internazionale

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Il mondo sta vivendo, tra cambiamenti epocali ed inerzie del passato, una chiara riemersione di governi e forze politiche neofasciste. In Europa, nelle Americhe e in Giappone, il ritorno o il riemergere di queste forze viene spesso (almeno in Italia) trascurato soprattutto da chi non ha una seria conoscenza storica del fenomeno.

Dal laboratorio italiano fino ad esperienze sparse nei vari continenti, il fascismo non è mai stato una parentesi della storia, bensì un fenomeno politico che ha avuto una genealogia che dura fino ai giorni nostri. Illuminante, nella sua accurata e densa riflessione al riguardo, è il volumetto dal titolo “Il fascismo non è mai morto”, uscito recentemente in Italia per Dedalo e scritto dal professore Luciano Canfora.

A proposito di ciò, quanto sta accadendo in Giappone non è un caso isolato, e nemmeno, come in altri contesti storico-geografici, una forma folkloristica di revanscismo e sciovinismo di stampo neo-fascista o neo-nazista.

Le posizioni della neo-premier Takaichi Sanae sembrano infatti ricollegarsi ad un revisionismo storico preoccupante, riabilitando un linguaggio militare aggressivo e posizioni nazionalistiche radicali. Questo, unito alle trasformazioni de facto dell’assetto costituzionale giapponese, potrebbe avere gravi ripercussioni, non solo per la pace nella regione dell’Asia-Pacifico, ma per il mondo intero.

Il riarmo del Giappone

Quando si discute del ritorno del militarismo in Giappone, c’è un elemento giuridico potenzialmente esplosivo: la cosiddetta “Enemy State Clause” della Carta delle Nazioni Unite.

Stiamo parlando dell’articolo 107 e parti degli articoli 53 e 77 della medesima Carta, che costituiscono un’eccezione al divieto generale dell’uso della forza nei confronti degli Stati che durante la Seconda guerra mondiale facevano parte dell’Asse: Giappone, Germania, Italia e altri Paesi a loro alleati. L’articolo 107 afferma che nulla nella Carta invalida o impedisce azioni intraprese, o autorizzate, contro uno “Stato nemico” in conseguenza della guerra.

Malgrado queste clausole siano già state considerate obsolete alla luce dei cambiamenti storici, in realtà non sono mai state formalmente cancellate. In linea di principio, la clausola consente ancora misure di “azione coercitiva” contro gli ex Stati dell’Asse senza un nuovo mandato del Consiglio di Sicurezza.

Le parole provocatorie della premier Takaichi si combinano con le spinte al riarmo di Tokyo. Negli ultimi anni, infatti, il Giappone ha intrapreso un percorso di riarmo accelerato e di revisione dottrinale. La nuova National Security Strategy del 2022 introduce esplicitamente la possibilità di colpire basi nemiche con missili a lungo raggio, pur all’interno del quadro interpretativo della difesa “strettamente necessaria”.

Il governo ha inoltre deciso di portare la spesa per la difesa a circa il 2% del PIL entro pochi anni, con un programma di rafforzamento delle capacità militari da 43 trilioni di yen entro il 2027. Secondo i dati recenti di Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), dal 2015 a oggi ha fatto registrare un aumento delle spese militari pari al 49%.

Il militarismo come patologia globale

Il caso giapponese si inserisce in una tendenza più ampia: il ritorno del militarismo come linguaggio politico “normale” e come strumento privilegiato di gestione dei conflitti.

In Europa la lingua del militarismo è tornata in auge, almeno negli alti ranghi delle élite dell’Unione e in alcuni governi reazionari come Italia e Germania. Negli Usa il militarismo ha rappresentato invece il perno dell’espansionismo globale, nonché il tratto culturale di una società che continua a difendere e in larga parte a venerare il culto delle armi.

Secondo il SIPRI, la spesa militare mondiale ha raggiunto quasi 3 trilioni di dollari, in costante aumento negli ultimi anni. Nel 2024 oltre cento Paesi hanno aumentato il proprio bilancio militare, spesso a discapito di investimenti sociali e ambientali. Questo boom degli armamenti alimenta dinamiche di sicurezza competitiva (se un vicino compra missili a lungo raggio, mi sentirò spinto a fare altrettanto), spostando le risorse da sanità, istruzione, transizione ecologica e lotta alla povertà verso il settore militare, e infine rafforzando apparati e culture politiche che tendono a considerare la forza armata come strumento ordinario e non eccezionale di politica estera.

La storia del Novecento mostra dove conducono queste spirali: nel giro di pochi decenni, la combinazione di militarismo, nazionalismo radicale e ideologie razziste ha portato a due guerre mondiali e a forme di violenza di massa senza precedenti.

Per questo motivo il ritorno di un linguaggio militare aggressivo, di dottrine basate su “colpi preventivi” e di retoriche che esaltano la “volontà di potenza” non rappresenta un fenomeno neutro. Si tratta piuttosto di una regressione storica che mina la base stessa dell’ordine internazionale costruito dopo il 1945. Lo sterminio accelerato che si sta compiendo in Palestina ad opera dello Stato di Israele e con il beneplacito dell’Occidente è forse la manifestazione più aberrante, e solo apparentemente paradossale, di queste tendenze estremiste.

La radicalizzazione di Tokyo

Nel Dopoguerra sono nati, in varie parti del mondo, regimi fascisti e dittatoriali, nonché organizzazioni neo-naziste che riprendono simboli, retoriche e miti del Terzo Reich. Il Giappone non è estraneo a queste dinamiche.

Nel 2014 è emersa, ad esempio, una fotografia in cui una figura politica di primo piano, oggi alla guida del governo del Paese, posa con il leader del National Socialist Japanese Workers’ Party, una piccola formazione neo-nazista. La politica in questione, Takaichi Sanae, ha poi negato di conoscere l’identità del suo interlocutore, ma l’episodio ha suscitato preoccupazione, soprattutto perché si inseriva in un più ampio contesto di revisionismo storico e di gesti simbolici controversi, come le visite ai santuari dove sono commemorati criminali di guerra condannati.

Ancora più rivelatore, sul piano simbolico, è il caso del libro pubblicato nel 1994 da Yoshio Ogai, allora responsabile delle pubbliche relazioni della federazione metropolitana del Partito Liberal Democratico di Tokyo, dal titolo “Hitler’s Election Strategy: A Bible for Certain Victory in Modern Elections”. Questo volume proponeva le strategie elettorali di Adolf Hitler come modello per i politici giapponesi contemporanei, attingendo anche al Mein Kampf e presentando il dittatore come un maestro di comunicazione politica e di unificazione dell’opinione pubblica, senza menzionare i crimini del regime nazista e la Shoah.

La pubblicazione suscitò un’ondata di proteste che portarono al ritiro del libro dal mercato. Il nodo, però, non è solo il contenuto del volume, ma il fatto che nel 1994 una giovane parlamentare destinata a diventare, trent’anni dopo, primo ministro, abbia prestato il proprio nome per promuovere quel testo.

Secondo alcuni osservatori, la promozione fatta all’epoca dall’attuale premier Takaichi intrecciava l’esperienza personale di militanza con una lettura positiva della “teoria della volontà” proposta in un manuale che usa Hitler come modello. L’idea implicita è che il successo politico derivi dalla capacità di trasformare in energia la propria “volontà” contro i “nemici”, sullo sfondo di una narrativa ampiamente depurata dei crimini del nazismo.

Questo episodio, sommato alle altre controversie che circondano alcune figure di punta della destra giapponese contemporanea, segnala un problema più profondo: la banalizzazione dell’immaginario nazista e la sua lenta infiltrazione nel discorso politico mainstream. Dal punto di vista storico e morale, la rinascita di simbologie e discorsi che riabilitano, anche solo in forma tecnica o allusiva, elementi riconducibili al nazismo è radicalmente incompatibile con l’architettura costituzionale su cui si fondano le democrazie europee.

Le Costituzioni nate dalla Resistenza – in Germania come in Italia – non si limitano a proibire la ricostituzione dei partiti fascisti: sanciscono una rottura irreversibile con il culto della forza, con la logica del capo e con la guerra come strumento ordinario di governo dei popoli. Sul piano strategico, ogni ritorno del militarismo all’interno di una grande potenza industriale – europea o asiatica che sia – alimenta ulteriormente la corsa globale agli armamenti e rafforza complessi militari-industriali ormai in grado di condizionare, con le loro esigenze, la definizione stessa della politica estera.

In tale quadro, gli incentivi alla conflittualità diventano strutturali, e la soglia della guerra si abbassa progressivamente, come la storia del XX secolo ha dimostrato con tragica chiarezza. Per tutte queste ragioni, il dibattito sul Giappone non può essere relegato a una questione interna o regionale. Al contrario, il modo in cui la comunità internazionale – e in particolare gli ex Stati dell’Asse europei – reagirà al riaffiorare di pulsioni militariste e alla normalizzazione di riferimenti, diretti o indiretti, di un governo alleato costituirà un banco di prova decisivo per la tenuta dell’ordine internazionale.