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Il primo ministro ungherese Viktor Orban ha parlato, nel corso di un’intervista rilasciata all’agenzia di stampa Reuters, della futura collocazione geopolitica di Budapest e del rapporto con l’Unione europea. Secondo Orban “la Brexit è stata una decisione coraggiosa da parte del popolo britannico…e deve essere considerata come un segno della grandezza di quella popolazione”. Il primo ministro ha però aggiunto che l’Ungheria “non può permettersi di seguire quella strada”  perché è economicamente integrata con l’Unione e perché gran parte degli abitanti del Paese vuole continuare a fare parte dell’organizzazione internazionale. La responsabilità della Brexit, per il premier ungherese, è da attribuire alle istituzioni europee e tra gli errori commessi ci sarebbe quello di aver appoggiato, nel 2014, la nomina di Jean Claude Juncker alla presidenza della Commissione nonostante Londra e Budapest fossero contrarie.

Il piano di Orban

Le dichiarazioni di Viktor Orban evidenziano quelli che sono due punti fermi della visione politica del suo esecutivo: euroscetticismo e realismo. Gli scontri tra il primo ministro e le istituzioni europee sono una costante degli ultimi anni ed i disaccordi tra le parti abbracciano numerosi ambiti: dalle politiche migratorie al rispetto dello stato di diritto passando per le relazioni con la Federazione russa. Nel gennaio del 2011, nel corso di una seduta plenaria del Parlamento europeo, Orban era stato costretto a difendersi con veemenza dall’accusa di voler reprimere la libertà di stampa in Ungheria. Lo scudo protettivo fornitogli dal Partito popolare europeo (Ppe), la grande famiglia conservatrice di cui fa parte Fidesz, il suo movimento, lo aveva di certo aiutato. L’appartenenza di Fidesz al Ppe non è mai stata casuale: Orban, a differenza di quanto deciso negli anni da altri leader nazionalisti e populisti europei, è sempre stato ben consapevole della necessità di contare a Bruxelles. Il politico ungherese sa che il Partito Popolare ha bisogno di lui (anche) per motivi numerici ed il suo obiettivo finale (di difficile realizzazione) è quello di “orbanizzarlo” imprimendogli una decisa svolta a destra e non certo quello di abbandonarlo per unirsi ad un gruppo parlamentare radicale e marginale.

Attivo su più fronti

I rapporti tra Orban ed il Ppe sono ormai ridotti ai minimi termini. Nel marzo del 2019 l’Assemblea politica del gruppo aveva deciso, quasi all’unanimità, di sospendere Fidesz dopo i numerosi attacchi sferrati da Orban a Juncker durante la campagna elettorale per le elezioni europee e, più in generale, a causa di una marcata differenza di vedute. Il Ppe ha poi giustificato la scelta affermando che non possono essere accettate limitazioni alla democrazia, al principio di legalità ed alla libertà di stampa e criticando ogni retorica anti-europeista. La pandemia ha contribuito ad allargare la frattura. L’assunzione (temporanea) di pieni poteri da parte di Orban nella fase più dura dell’emergenza temporanea ha spinto 13 partiti membri del Ppe a chiedere l’espulsione di Fidesz. I moderati non hanno però intimorito Orban, che si è avvicinato ai partiti della destra radicale ed è intervenuto, ad inizio anno, ad un incontro svoltosi tra conservatori e nazionalisti a Roma. In quest’occasione Orban ha auspicato “una contro-rivoluzione” conservatrice in Europa ed ha criticato il Partito popolare europeo per aver fatto accordi con i Socialisti pur di governare rinnegando in questo modo la propria identità e trasformandosi in un movimento progressista. La “contro-rivoluzione” conservatrice è al momento in stallo a causa degli sconvolgimenti politici ed economici causati dalla pandemia. L’emergenza sanitaria ha favorito lo status-quo in tutta Europa ma le macerie economiche e sociali generate da questo evento epocale potrebbero facilitare la realizzazione del piano di Orban che, senza dubbio, è pronto a cogliere l’occasione, qualora gli si presenterà. Il futuro di Bruxelles potrebbe dunque passare per Budapest.