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“Il ballottaggio del 24 aprile sarà una scelta di società e anche di civiltà, una scelta tra due visione opposte del paese: o la divisione e il disordine, o il raduno intorno alla giustizia sociale“, ha dichiarato la leader del Rassemblement National Marine Le Pen commentando a caldo l’esito del primo turno presidenziale del 7 aprile, chiamando “tutti quelli che non hanno votato per Macron” a sostenerla. Una scelta di campo precisa che sottende l’obiettivo della leader della destra sovranista francese: sfondare grazie alle visioni politiche legate all’economia, alla prosperità della Francia, alla faglia tra una metropoli ritenuta estrattivista e ostile e una Francia profonda, autentica, produttrice da rilanciare.

La candidata del Rn, che ha scelto lo slogan “Per tutti i francesi” per il secondo turno, riscopre nella campagna in corso l’eredità profonda dell’ex Front National, che nasce dall’ideologia poujadista, rivolta populista contro i grandi potentati economici che si sviluppò tra il 1953 e il 1958, anno del ritorno di Charles de Gaulle dalla “traversata del deserto” e, come ricorda Luca Ricolfi in Sinistra e popolo, si basava su un mix di nazionalismo economico e antistatalismo, identitarismo territoriale e euroscetticismo. Un ensemble complesso dal cui magma nacque il lepenismo e che oggi riaffiora per trasformare in programma politico la “rivolta” anti-Macron di molti abitanti della Francia profonda.

Il programma della Le Pen è infatti un mosaico complesso. La candidata nel suo manifesto annuncia di iniziare il suo mandato all’Eliseo con un referendum per stabilire una “priorità nazionale” in particolare in termini di occupazione, aiuti e alloggi sociali. “Si tratterà”, nota Affari Italiani, “di condizionare le prestazioni di solidarietà a cinque anni di lavoro in Francia e di togliere il permesso di soggiorno agli stranieri che non hanno lavorato per un anno”. Tante disposizioni contrarie alla Costituzione repubblicana e che preannunciano anche di aprire una breccia tra la Francia e il mercato interno, ma a cui si lega inoltre anche il principale obiettivo di risparmio della spesa pubblica, quantificato da Franc Tireur, popolare settimanale francese, in 16 miliardi di euro. Altri 2,8 miliardi di euro sono previsti in entrata dalla privatizzazione del settore audiovisivo, antico nemico del Rassemblement, e queste spese sono destinate a dover finanziare, per la Le Pen, piani di spesa ben mirati.

Il welfare “nazionale”, il taglio delle bollette, la riduzione dell’Iva e il calo dell’età pensionabile a 60 anni sono solo alcuni dei piani della destra sovranista, a cui si aggiunge l’obiettivo di nazionalizzare le autostrade che secondo il programma lepenista spiegato nei mesi scorsi in un comizio dalla candidata “porterà ad un calo compreso tra il 10 e il 15 per cento i prezzi dei pedaggi e farà entrare nelle casse dello Stato un miliardo e mezzo di euro all’anno”.

C’è dal punto di vista della Le Pen l’obiettivo di inseguire Macron sul terreno del patriottismo economico e di corteggiare l’elettorato di Jean-Luc Mélenchon sul campo della rivolta contro l’establishment, le disuguaglianze e la critica dell’egemonia urbana sulla Francia. Ma l’economia appare un tallone d’Achille per le speranze di vittoria della presidente del Rassemblement perché il programma nella sua interezza pecca di organicità e coerenza interna. Misure nazionaliste unite a scelte liberiste si sommano a un piano di spesa fortemente mirato al calmiere dei prezzi e dei consumi che appare decisamente dettato dall’hic et nunc della contingenza attuale.

Tranchant il giudizio del predecessore di Mario Draghi alla Bce, Jean-Claude Trichet: se applicato, il programma “indebolirebbe in maniera significativa la competitività della Francia, andrebbe a deteriorare le finanze pubbliche di un Paese che, invece, deve risanarle e aumenterebbe la disoccupazione”, ha detto Trichet in un’intervista a La Stampa. Per il 79enne ex governatore l’agenda economica della Le Pen “potrebbe solo peggiorare la capacità dello Stato francese di finanziarsi”. Più mirata la critica di Franc Tireur, secondo cui l’eccessiva dipendenza del programma dall’utopico blocco dell’immigrazione rende aleatorie le promesse elettorali. Che Marine Le Pen non potrebbe finanziare in altro modo se non con cospicue inezioni di denaro a debito senza garanzia di ritorni economici. Troppe semplificazioni tutte assieme per tenere assieme l’agenda. Insomma, parliamo di un programma sicuramente ricco di spunti ma che ancora appare più protestatario che di governo. Il vero limite del Rassemblement è tutto qui: in caso di elezione, la Le Pen sarà costretta a forti comppromessi per promuovere la sua agenda, specie in caso di Assemblea Nazionale ostile.  E questo ne riduce ipso facto la portata di discontinuità

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