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Politica

Il processo al vicepresidente rischia di far esplodere il Sud Sudan

L’apertura del processo per tradimento contro Riek Machar, primo vicepresidente sospeso del Sud Sudan, non è solo un evento giudiziario. È la spia di una crisi che riporta alla memoria le ferite mai rimarginate della guerra civile del 2013-2018. L’immagine...

L’apertura del processo per tradimento contro Riek Machar, primo vicepresidente sospeso del Sud Sudan, non è solo un evento giudiziario. È la spia di una crisi che riporta alla memoria le ferite mai rimarginate della guerra civile del 2013-2018. L’immagine di Machar in tribunale, dopo mesi di arresti domiciliari, ha già polarizzato l’opinione pubblica. Le accuse – omicidio, crimini contro l’umanità e sostegno all’Armata Bianca nei raid di marzo – sono state bollate dai suoi alleati come fabbricate, mentre i legali invocano l’immunità della carica. Il governo, però, insiste: Machar avrebbe ordinato l’attacco a una base militare a Nasir, nello Stato dell’Alto Nilo, causando la morte di oltre 250 soldati.

Le fratture etniche e militari

Il processo rischia di riaccendere il conflitto etnico tra i Nuer di Machar e i Dinka fedeli al presidente Salva Kiir. Le rivalità tra i due risalgono agli anni Novanta, quando le rispettive fazioni si macchiarono di massacri reciproci. Nonostante l’accordo di pace del 2018, le forze armate non sono mai state davvero integrate. Oggi il Paese continua a vivere una duplice catena di comando: esercito regolare da un lato, milizie etniche e fazioni armate dall’altro. L’episodio di Burebiey, con oltre 48 morti negli scontri di settembre, dimostra quanto fragile sia la tregua.

La dimensione economica del conflitto

Il Sud Sudan resta un Paese ricco di risorse ma impoverito da corruzione e conflitti. L’Alto Nilo, epicentro degli scontri, è anche la regione petrolifera cruciale per la sopravvivenza dello Stato. Qui si gioca il vero interesse delle élite al potere. Non è un caso che tra gli accusati insieme a Machar vi sia il ministro del Petrolio, Puot Kang Chol. Secondo la Commissione ONU, miliardi di dollari vengono sistematicamente saccheggiati dall’apparato politico-militare, mentre la popolazione affronta una grave crisi alimentare. La guerra, quindi, non è solo lotta etnica ma anche disputa sul controllo delle rendite petrolifere.

Geopolitica di un Paese fragile

Il Sud Sudan, indipendente dal 2011, non ha mai consolidato la sua statualità. La comunità internazionale, a partire dalle Nazioni Unite con la missione UNMISS, osserva con crescente preoccupazione. Washington, Pechino e le potenze regionali hanno interesse diretto alla stabilità del Paese: il petrolio sudsudanese transita attraverso oleodotti in Sudan, e la sua interruzione avrebbe conseguenze sugli equilibri energetici regionali. Inoltre, l’instabilità lungo i confini con Etiopia e Uganda rischia di contagiare aree già scosse da conflitti e crisi interne.

Strategia e potere: giustizia o regolamento di conti?

Molti analisti ritengono che il processo sia un pretesto politico per marginalizzare Machar e consolidare il potere di Kiir. In un sistema in cui istituzioni e forze armate restano legate a logiche claniche, la giustizia appare come strumento di lotta politica. Se Machar fosse definitivamente estromesso, si aprirebbe un vuoto difficile da colmare: i Nuer si sentirebbero esclusi dal patto di unità nazionale, e la spirale della violenza tornerebbe a dominare.

Il rischio di un nuovo collasso

La storia recente dimostra che né Machar né Kiir hanno mai rinunciato alle rispettive catene di comando armate. Con le elezioni rinviate più volte, e con la corruzione che divora risorse essenziali, il Paese rischia di precipitare di nuovo nella guerra civile. L’appello di leader civili come Edmund Yakani a una giustizia trasparente e al dialogo resta per ora voce isolata. Ma senza un processo realmente imparziale e senza un accordo politico inclusivo, la traiettoria del Sud Sudan sembra destinata a ripetere il ciclo di fallimenti che accompagna la sua breve storia statuale.

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