Il problema che Modi non si aspettava: perché l’India non sa contenere le proteste del Popolo degli Scarafaggi

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All’inizio sembrava che fosse uno scherzo, al massimo una provocazione contro il governo indiano destinata a esaurirsi nel giro di una manciata di giorni. Il Cockroach Janta party (Cjp), ovvero il Partito del Popolo degli Scarafaggi, è invece cresciuto a dismisura fino a diventare una delle sfide più temibili, e anche inaspettate, per Narendra Modi. Lo si è visto nelle ultime 48 ore quando decine di migliaia di persone appartenenti al movimento, la maggior parte delle quali giovanissime, di età compresa tra i 20 e i 30 anni, si sono radunate nel cuore di Delhi per chiedere importanti riforme del sistema scolastico e le dimissioni del ministro dell’Istruzione Dharmendra Pradhan.

Sono gli “scarafaggi” che intendono ribellarsi a un sistema che non lascia loro spazio e occasioni, e che li definisce come tali. Tutto nasce infatti lo scorso maggio quando Abhijeet Dipke, 30 anni, fresco di laurea negli Stati Uniti, si è sentito indignato per i commenti fatti da un giudice della Corte Suprema indiana, che durante un’udienza aveva paragonato i giovani disoccupati dell’India a “parassiti” e “scarafaggi”. Dipke ha quindi lanciato un appello sui social media:”E se tutti gli scarafaggi si unissero?”. Gli scarafaggi alla fine si sono riuniti. E stanno facendo, se non paura, almeno preoccupare Modi.

La protesta degli che scuote l’India

Il Cjp, da un mese accampato con qualche centinaio di persone a Jantar Mantar, un osservatorio di Delhi spesso teatro di proteste, ha sfidato il divieto delle autorità marciando verso il Parlamento. La manifestazione avrebbe richiamato oltre 50mila persone. L’evento, iniziato nella mattinata del 20 luglio, si è trasformato in un inferno nel pomeriggio quando le forze dell’ordine hanno accerchiato la folla, bloccato Internet ed eretto barricate in tutta la capitale. La situazione è presto degenerata. Gli agenti hanno usato manganelli e gas lacrimogeni. Ci sono stati violenti scontri e la protesta si è trasformata in rivolta.

Due le versioni contrastanti. La polizia ha spiegato di essere intervenuta per sedare le proteste, mentre gli organizzatori hanno dichiarato che ci sarebbero stati attacchi immotivati, con donne e bambini presi di mira senza alcun motivo. Il bilancio parla di circa 160 feriti (60 manifestanti e più di 100 agenti) e 70 arresti.

A poco è servito lo sgombero di Jantar Mantar, tra l’altro andato in scena mentre una delegazione del Cjp stava incontrando il ministro della Salute Jp Nadda: gli “scarafaggi” hanno infatti ripreso possesso del sito e pubblicato nuovi appelli sui social. “Questa protesta pacifica non finirà!”, è lo slogan scelto dal movimento. “Nonostante la brutalità della polizia, i coraggiosi manifestanti di Cjp sono tornati. Delhi, unisciti a noi a Jantar Mantar: ora o mai più! Dharmendra Pradhan deve dimettersi!”, recita il messaggio.

Un problema politico per Modi

Il movimento degli scarafaggi rappresenta un delicato banco di prova per Modi. Spegnere l’incendio usando il pugno duro potrebbe avere importanti contraccolpi sul primo ministro, già più volte accusato di aver eroso i confini della fragile democrazia indiana. Ascoltare le richieste dei ragazzi potrebbe però essere altrettanto pericoloso per il governo, perché in tal caso altri gruppi potrebbero presto emergere dalla società civile e rivendicare altre cause.

Per il momento ha prevalso la prima strada. La polizia ha rilasciato un comunicato spiegando di essere intervenuta per contenere il “comportamento indisciplinato, aggressivo e violento” dei manifestanti che si sarebbero rifiutati di disperdersi violando i divieti nonostante i ripetuti avvertimenti.

“I manifestanti hanno attaccato il personale di polizia con pietre e altri oggetti, hanno tentato di forzare i blocchi della polizia, hanno vandalizzato veicoli della polizia e di altre agenzie governative, hanno danneggiato beni pubblici e hanno fatto ricorso a violenze su larga scala”, si legge nel comunicato delle forze dell’ordine. Il Cjp sostiene invece di essere stato aggredito. Benzina sul fuoco per l’opposizione che si è subito risvegliata dal suo torpore. Rahul Gandhi, a capo del Congresso, ha affermato che le richieste degli studenti erano “legittime” e ha descritto Modi come “il primo ministro più ostile ai giovani che l’India abbia mai avuto”. La tensione continua a crescere.