Il cessate il fuoco che ha sospeso temporaneamente i combattimenti nella Terza guerra del Golfo è stato mediato con il ruolo decisivo del Pakistan, Paese che si candida con il risultato ottenuto a un ruolo di potenza regionale capace di azioni politiche profonde. In sponda con Turchia ed Egitto, Islamabad ha guidato una partita di mediazione cruciale per la sua stessa sicurezza e per quella regionale. Al centro della mediazione, per stessa ammissione del presidente Usa Donald Trump, il primo ministro Shehbaz Sharif e il capo dell’esercito e uomo forte di Islamabad, Asim Munir, che hanno fatto leva sulla presenza di ottime entrature tanto a Washington quanto a Teheran.
Sono due settimane, ma è un risultato importante. In cui si spera si potrà imbastire una trattativa capace di sostenere una vera corsa alla pace regionale. La sfida politica per Islamabad sarà critica. La Terza guerra del Golfo è iniziata dopo che Narendra Modi, premier della rivale India, si era recato in Israele per celebrare la rinnovata alleanza Nuova Delhi-Tel Aviv e mentre il Pakistan iniziava il confronto militare con l’Afghanistan. L’ordine regionale tracciato dall’ingresso di Israele nell’orbita indiana, dall’inizio dei grandi progetti geoeconomici di connettività come il corridoio Imec, dal rischio dell’instabilità sistemica avrebbe messo a repentaglio il Pakistan, assieme ai problemi dettati dalla carenza energetica. La caduta dell’Iran avrebbe significato, per il Pakistan, un disastro geopolitico di ampia portata, con tanto di rischi strategici per il separatismo in Belucistan.
Da qui è emersa la volontà del Pakistan di farsi pontiere. In tal senso, Sharif sta facendo leva sulla volontà del governo moderato di Islamabad di riaffermare un nuovo protagonismo regionale. Il Pakistan ha garantito la sicurezza nucleare all’Arabia Saudita e ha riunito di recente i vertici diplomatici di Riad, Ankara e Il Cairo per formare un quartetto strategico di potenze desiderose di una stabilità regionale in Asia Sud-Occidentale, dal Mar Rosso all’Hindu Kush.
Sono le potenze che sostanzialmente non avallano il disegno di Israele centrato sulla volontà di smantellare come entità statuale la Repubblica Islamica, e forse come nazione l’Iran, per rendere ingovernabile il Medio Oriente. E probabilmente nemmeno il rinnovato protagonismo indiano ed emiratino come fiancheggiatori interessati dell’agenda di Tel Aviv. Fatto sta che il “partito della stabilità” si è messo in moto. Il Ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha più volte ringraziato pubblicamente il Pakistan per il ruolo nella mediazione per porre fine alla guerra. Sharif ha avuto un peso, ma sicuramente un ruolo lo ha giocato anche Munir, l’uomo forte del Pakistan, il capo delle forze armate capace di una vera e propria diplomazia personale grazie al legame privilegiato con gli Usa.
Come ha ricordato Federico Giuliani, Munir ha un rapporto personale con Trump e il 19 giugno 2025, poco prima dell’Operazione Midnight Hammer degli Usa contro i siti nucleari iraniani durante la Guerra dei Dodici Giorni, si recò in visita personale alla Casa Bianca per rinsaldare i legami bilaterali con Washington. Fatto strano per un capo militare ma non politico, ma tutt’altro che inusitato per un Paese dove i militari e l’intelligence sono il potere che dura nel tempo come il Pakistan. Per Washington, Islamabad è diventato un provider di sicurezza primario nella regione e un alleato politico significativo, tanto che gli Usa ad agosto 2025 hanno inserito i separatisti del Balochistan Liberation Army nella lista delle organizzazioni terroristiche, consegnando al Pakistan una grande vittoria. Ora Islamabad torna protagonista politica e si fa garante dello status quo sperando di poter portare la mediazione a un livello più alto. I fautori del pragmatismo mediorientale si appellano a Islamabad, protagonista a sorpresa di una mediazione che vale molto per la stabilizzazione del mondo.