La geopolitica della corsa allo spazio
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L’esercito russo sta spingendo nel saliente di Severodonetsk per tagliare le spalle alle forze ucraine circondandole in una sacca. L’attacco, negli ultimi giorni, si è palesato soprattutto dalla parte meridionale, dove i russi stanno avanzando verso nord/nordovest dalla cittadina di Popasna.

Mosca, col ritiro dall’area di Kharkiv, ha ammassato uomini e mezzi in quel settore per eliminare la resistenza ucraina formata da circa 10 brigate (due corazzate, due blindate leggere, due meccanizzate e quattro di fanteria leggera). Attacchi aerei e di artiglieria, come nella migliore tradizione di combattimento dell’esercito russo, stanno avendo ragione dei difensori, ai quali le forze di Mosca stanno cercando di tagliare le vie di fuga facendo saltare i ponti – come avvenuto tra Severodonetsk e Lisichansk.

Il Cremlino sta quindi cercando di procedere per passi successivi per ottenere i suoi obiettivi strategici, tra i quali quello di aver stabilito la continuità territoriale tra la Crimea e la Federazione è stato ultimamente raggiunto con la caduta definitiva di Mariupol essendosi arresi gli ultimi difensori asserragliati nell’acciaieria Azovstal.

Mosca ha dimostrato di essere disposta a usare la forza militare per ottenere i suoi scopi politici: qualcosa che avevamo già visto, in piccolo, in Georgia nel 2008, in Crimea/Donbass nel 2014 e con l’intervento in Siria nel 2015. Contesti giuridici diversi, è bene sottolinearlo: quello in Georgia fu un breve conflitto simmetrico tra due entità statali, in Crimea/Donbass c’è stata l’applicazione dell’Hybrid Warfare russa, mentre in Siria c’è stato un intervento militare richiesto espressamente da Damasco per eliminare la minaccia dello Stato Islamico e degli insorgenti antigovernativi.

L’attuale guerra in Ucraina si pone nello stesso solco di questi precedenti: Mosca, quando lo ritiene opportuno, non esita a ricorrere all’hard power per ottenere i suoi obiettivi di sicurezza, nel senso più ampio del termine, anche in considerazione del fatto che le sue capacità di soft power – intese come capacità di offrire un modello di sviluppo/cooperazione alternativo attraente – sono carenti se rapportate a quelle, ad esempio, della Cina.

Se per la Georgia questi obiettivi erano impedire che Tbilisi potesse associarsi a Nato e Ue, per la Siria l’intervento ha significato evitare che un cambio di regime a Damasco potesse mettere fine alla presenza di Mosca nel Mediterraneo Orientale, dove ha una base navale (Tartus) dai tempi dell’Unione Sovietica.

La Russia non esita (più) a usare la forza, dicevamo, e lo fa perché, dal suo punto di vista, ritiene che il contesto delle regole del diritto internazionale sia stato plasmato a uso e consumo degli Stati Uniti e dei Paesi occidentali, che lo sfruttano di volta in volta per ottenere i propri scopi (come durante l’intervento in Libia nel 2011) oppure semplicemente procedendo al di fuori di esso. L’esempio calzante, e quello che la propaganda del Cremlino cita più spesso in merito a quest’ultimo punto, è quello del conflitto in Serbia, quando l’Alleanza Atlantica nel 1999 ha effettuato l’operazione Allied Force senza avere ottenuto il mandato formale delle Nazioni Unite sostenendo fosse un “intervento umanitario”.

Mosca, quindi, con queste azioni militari sta cercando di riscrivere queste regole, e non è sola in questa missione: anche la Cina, e non solo per la questione taiwanese, sta agendo in questo senso se pur con metodologie differenti. Pechino per ottenere l’obiettivo della costruzione di una propria sfera di sicurezza, ma soprattutto di influenza, in Asia, sta utilizzando la sua forza militare in modo meno violento ma altrettanto impattante, e l’esempio calzante è dato da quanto sta accadendo nel Mar Cinese Meridionale dove gli atolli degli arcipelaghi delle Spratly e Paracelso occupati dai cinesi sono stati militarizzati progressivamente e lentamente, secondo una precisa strategia denominata salami slicing (“affettare il salame”) che punta a ottenere piccoli risultati che non innescano il precipitare degli eventi per mettere la comunità internazionale davanti al fatto compiuto. Ecco perché la Cina contesta le Fonop (Freedom of Navigation Operation) statunitensi in quelle acque (ma non solo) e perché ritiene una mossa aggressiva la presenza di unità navali nipponiche nelle acque di un altro arcipelago conteso, quello delle Senkaku.

Questo sistema internazionale, quindi, non va più bene a Mosca e a Pechino, e i due giganti stanno muovendosi – da anni – per cambiarlo offrendo parallelamente un modello alternativo che è decisamente più attrattivo quando si tratta di quello cinese. La One Belt One Road, o Nuova Via della Seta, ha intessuto una rete globale di accordi commerciali con Pechino al centro che sta sfidando la capacità statunitense di porsi come referente principale, ed ecco perché Washington è corsa ai ripari varando recentemente la B3W (Build Back a Better World), i cui sviluppi, però, ancora devono essere visti.

In Ucraina, quindi, Mosca non si gioca solo l’influenza sul suo estero vicino (near abroad) occidentale, che peraltro ha dimostrato di non saper controllare proprio perché incapace di fornire un modello attrattivo pari a quello europeo/atlantico, ma il suo desiderio di tornare a essere il regolatore del diritto internazionale. Un diritto messo in crisi proprio dall’intervento armato russo e da quello che porta con sé: l’accettare le condizioni di Mosca, la formalizzazione della cessione della Crimea e delle conquiste territoriali russe derivanti dal conflitto, diventa quindi impossibile per l’Occidente, che se dovesse cedere dimostrerebbe in primis la debolezza del suo modello, e in secondo luogo la fattibilità dell’utilizzo della forza bruta per poter ottenere i propri scopi.

Sicuramente, in questo senso, c’è anche il peso della storia se pur in un contesto più globale: l’esito della conferenza di Monaco del 1938 non fermò la Germania hitleriana dal proseguire nel conseguimento del suo Lebensraum, e parimenti accettare l’uso unilaterale della forza, oggi, significherebbe aprire un vaso di Pandora rimasto chiuso dal termine della Seconda Guerra Mondiale sostanzialmente.

Ecco perché gli Stati Uniti, nonostante le recenti aperture diplomatiche con la Russia, non cedono e parlano di un “prezzo di lungo termine” che Mosca dovrà pagare per aver fatto ricorso allo strumento militare aggredendo l’Ucraina. Quelle parole sono state dette dal presidente Joe Biden parlando lunedì 23 in conferenza stampa a Tokyo con il premier nipponico Fumio Kishida dopo il loro summit. “È il costo di chi vuole cambiare gli assetti con l’uso della forza”, ha aggiunto. Proprio questi “assetti” a cui fa riferimento Biden sono quelle regole del diritto internazionale che Mosca sta sovvertendo con l’attuale guerra, e sono gli stessi che, sempre l’inquilino della Casa Bianca, ha affermato di voler difendere per la questione taiwanese.

Durante la medesima conferenza il presidente ha affermato infatti che gli Stati Uniti interverrebbero militarmente se la Cina tentasse di prendere Taiwan con la forza, un avvertimento che sembra anche deviare dalla deliberata ambiguità tradizionalmente sostenuta da Washington e che sicuramente servirà a rassicurare Taipei, che già a partire dal ritiro precipitoso dall’Afghanistan, ha cominciato a nutrire dubbi sulla volontà statunitense di restare al suo fianco in caso di conflitto aperto col Dragone.

Il conflitto in Ucraina cambierà il nostro mondo e non solo per quanto riguarda la politica estera europea/occidentale, che ha isolato la Russia consegnandola alla Cina e saldandone ancora di più i legami, ma anche perché rappresenta una sfida all’assetto del diritto internazionale, messo per la prima volta palesemente in discussione dal Cremlino che per questo dovrà pagare un “prezzo” rappresentato dal suo dissanguamento economico per continuare il conflitto che ha scatenato, attraverso il continuo sostegno militare e finanziario al governo di Kiev.

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