Che significato ha il “lunch” dell’altro giorno a Villa Taverna fra il vicepremier e leader del Movimento Cinque Stelle Luigi di Maio e l’ambasciatore degli Stati Uniti d’America Lewis Eisenberg? Secondo quanto riferito dalle cronache, tra i temi trattati, oltre ai rapporti tra Roma e Washington, c’è stata anche la questione dell’affaire Metropol e dei presunti finanziamenti russi alla Lega. Il vicepremier ha ribadito al diplomatico americano che “gli Usa sono il principale alleato” dell’Italia, giurando fedeltà al Patto atlantico. Il giorno seguente, alla Conferenza degli ambasciatori alla Farnesina, anche il premier Giuseppe Conte ha voluto rassicurare l’alleato americano affermando che “la scelta atlantica dell’Italia e la sua appartenenza alla Nato non solo non sono in discussione” ma “sono e restano un’architrave della nostra politica estera”.

L’Italia ha voluto mandare un chiaro segnale allo storico alleato dopo giorni di dibattito sulla vicenda dell’Hotel Metropol di Mosca? A quest’amministrazione americana, in realtà, la vicenda dei presunti finanziamenti russi interessa fino ad un certo. A parlare del cuore dei dossier che sono in cima alle preoccupazioni di Washington è il leader leghista Matteo Salvini: “Sono stato l’ultimo esponente del governo ad andare a Washington e l’ambasciatore Eisenberg lo sento spesso”, ha sottolineato il vicepremier in un’ intervista a Radio24. “Vi posso assicurare che per gli Stati Uniti il problema non è la Russia, ma l’Iran e la Cina. Ed è quel che preoccupa anche me”.

Gli Usa premono sull’Italia

Per l’amministrazione Trump, Pechino – e non Mosca – rappresenta la vera minaccia da affrontare e il suo contenimento è in cima alle priorità (e lo sarebbe anche con un’amministrazione democratica). Per l’amministrazione americana, infatti, la crescente e consolidata cooperazione fra Cina e Russia avrebbe dovuto essere arginata con una nuova strategia nei confronti del Cremlino resa di fatto inattuabile dall’inchiesta sul Russiagate. Il risultato di questo impasse ha prodotto enormi contraddizioni in seno all’attuale amministrazione Usa che si è spinta laddove Barack Obama non osò spingersi. L’amministrazione Trump ha coinvolto le forze degli Stati Uniti nelle esercitazioni militari della Nato in Polonia e in altri Paesi dell’est europeo ai confini della Russia, nonché nel Mar Nero, avvicinandosi pericolosamente alla base russa di Sebastopoli. Come se non bastasse, il Congresso americano ha approvato una legge che autorizza 250 milioni di dollari di assistenza militare, comprese armi letali, all’Ucraina nel 2019, minacciando il cuore degli interessi strategici russi.

Nonostante questo, la sfida alla grande potenza in ascesa, la Cina, è ciò che agli Usa preme di più. E Washington mal sopporta le iniziative diplomatiche di alleati – i Paesi europei – che gli hanno affidato la propria sicurezza attraverso l’ombrello della Nato. Come sottolinea anche Emanuele Rossi su Formiche.net, “la Cina è in cima all’agenda” e “l’esposizione italiana concessa con l’adesione alla Nuova Via della Seta è stata vista a Washington in modo nettamente negativo”. Non è un caso, infatti, che durante la visita del Presidente Xi Jinping Matteo Salvini si sia tenuto in disparte e abbia saltato il pranzo con la delegazione cinese. Anche se questo non è bastato, ed è per questo che il governo “giallo-verde” è finito sotto la lente d’ingrandimento degli Stati Uniti.

L’Italia e l’Iran: cosa vogliono gli Stati Uniti

E poi c’è l’Iran, rispetto al quale gli Usa stanno esercitando da mesi una strategia di “massima pressione” decisa a far collassare la Repubblica islamica attraverso l’imposizione di durissime sanzioni economiche. Peccato che Roma abbia ottimi rapporti commerciali con Teheran. Nei primi nove mesi del 2017 il valore delle esportazioni italiane verso l’Iran è stato pari a 1,147 miliardi di euro, mentre le importazioni dell’Italia dall’Iran hanno altresì registrato un marcato incremento raggiungendo il valore di quasi 2 miliardi di euro. Le sanzioni Usa complicano tutto. In aprile, il segretario di Stato Usa Mike Pompeo annunciava che gli Stati Uniti non avrebbero rinnovato le esenzioni sull’acquisto di petrolio iraniano che erano state concesse lo scorso novembre a otto Paesi, tra cui l’Italia.

Secondo quanto riferito da La Stampa, Washington avrebbe inoltre manifestato il proprio interesse per un coinvolgimento dell’Italia nelle operazioni che gli Usa e una coalizione di Paesi europei starebbero mettendo in campo nello stretto di Hormuz, il passaggio tra il Golfo Persico e il Golfo d’Oman da cui passa un terzo del petrolio del mondo. Altro problema sollevato dagli Usa, la presenza operativa nel nostro Paese della Mahan Air, compagnia aerea privata con sede in Iran, finita nella black list stilata da Washington.

Secondo il quotidiano, nella Lega chi fa più pressione per accontentare le richieste della Casa Bianca è l’ala più filo-atlantista del partito, quella che fa capo a Giancarlo Giorgetti, l’influente sottosegretario di Stato alla presidenza del Consiglio dei ministri. Sarebbe proprio Giorgetti a spingere con più forza affinché venga confermata in breve tempo la possibilità di inviare un’unità navale italiana in quelle acque per garantire un passaggio sicuro alle petroliere. Significativo del fatto che l’ala leghista dei “giorgettiani”, quella più neoconservatrice e filo-atlantista, abbia acquisito sempre più peso specifico e influenza nel partito, a maggior ragione ora, con l’affaire Metropol che ha contribuito obtorto collo a raffreddare i rapporti fra il carroccio e Mosca, molto più tiepidi di quanto una certa narrativa sostenga.