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Una volta si dicevano elezioni bulgare. Adesso si potrebbe dire tranquillamente elezioni uzbeke. Lo scorso 15 marzo con il 91% dei voti Islom Karimov è stato democraticamente eletto per la quarta volta consecutiva presidente della Repubblica dell’Uzbekistan.

Karimov è alla guida del Paese da prima ancora che esistesse. Già segretario del partito, nel 1990 divenne presidente della Repubblica socialista sovietica dell’Uzbekistan che disciolse nel settembre del 1991 per fondare il nuovo Stato indipendente, il più popoloso (quasi 30 milioni di abitanti) tra i cinque “-stan” nati in Asia Centrale all’indomani del crollo dell’Urss.

Da allora questo ingegnere cresciuto in un orfanotrofio sovietico comanda in maniera autocratica e personalistica il Paese, che è tra i più poveri della regione, con un reddito medio annuo di circa 3.500 dollari pro-capite. Anche se formalmente ha voltato le spalle al comunismo, dell’esperienza sovietica Karimov conserva la mentalità totalitaria e l’apparato di repressione.

L’Osce ha criticato le elezioni di marzo perché mancava “una genuina alternativa politica”. Eppure altri candidati c’erano: erano tre, tutti oscuri funzionari di partiti filogovernativi. Così non sorprende che le organizzazioni internazionali per i diritti civili mettano l’Uzbekistan agli ultimi posti in tutte le classifiche sulle libertà politiche e di espressione. Il numero dei prigionieri politici è tra i più alti del mondo, poi la tortura e i delitti politici, come ha più volte denunciato Muhammad Solih, un poeta che aveva sfidato Karimov nelle prime elezioni del 1991, e ora vive in esilio a Istanbul, dove è riunita la maggior comunità di esuli politici uzbeki.

Non se la passa troppo bene neanche Gulnara Karimova, secondogenita del presidente, indicata in passato come probabile successore del padre padrone dell’Uzbekistan. Dopo una carriera internazionale quanto meno particolare era stata allo stesso tempo ambasciatrice presso l’Unesco, cantante pop, stilista, collezionista d’arte e ministro della Cultura Gugusha, come veniva affettuosamente chiamata, è caduta in disgrazia e apparentemente è stata costretta agli arresti domiciliari per almeno un anno. E pare che a far cambiare idea al padre non siano state tanto le inchieste per riciclaggio portate avanti in Svezia e in Svizzera, quanto un non ben definito complotto contro lo Stato che ha coinvolto la maggioranza dei collaboratori della Karimova prontamente finiti in prigione.

Silenziata la figlia, perseguiti in maniera brutale i militanti islamisti della valle di Fergana, bastione dell’islam tradizionale nell’estremo oriente del Paese, teatro di alcune rivolte a fine anni Novanta, Karimov non sembra avere al momento oppositori e continua a guidare con dura determinazione il suo Paese. A chi lo critica per aver forzato la costituzione e aver concorso per un quarto mandato quando il limite sarebbe di due, Karimov risponde che lui vuole solo continuare a lavorare per il bene dell’Uzbekistan. E poi la costituzione è stata emendata portando la durata del mandato da 7 a 5 anni, per cui i mandati precedenti non vanno contati: tutto riparte da zero. Difficile che qualcuno possa dargli apertamente torto in un Paese in cui sono ancora pratica diffusa i lavori forzati. Ogni anno infatti i dipendenti pubblici vengono spediti a lavorare nei campi nel periodo della raccolta del cotone. Oltre un milione di persone dai professori ai medici deve abbandonare il posto di lavoro per andare a raccogliere cotone e soddisfare le quote produttive imposte dal governo, che è anche in ultima istanza il proprietario dei campi. Quel che diceva Tomasi di Lampedusa nel Gattopardo a quanto pare vale anche nell’Asia Centrale postsovietica: “Tutto cambia per restare uguale”.