Terrorismo, deforestazione, epidemie: un solo luogo, molte sfide
ECCO DOVE VOGLIAMO ANDARE

Dalla metà degli anni Ottanta ha dominato la scena politica di Davao City, nella difficile isola di Mindanao, nel sud delle Filippine. Prima procuratore, poi sindaco per oltre due decenni, Rodrigo Duterte ha conquistato la fiducia di gran parte del popolo.LEGGI ANCHE: Le Filippine si aprono a Russia e CinaDurante il mandato come governatore ha ripulito Davao, una città che prima del suo arrivo deteneva il record nazionale di omicidi e criminalità. Senza farsi scrupoli, ha imposto il coprifuoco e dato l’ordine alla polizia di sparare ai sospettati. Per questo è finito più volte nel mirino dell’Occidente e delle organizzazioni per i diritti umani. È stato anche accusato di aver organizzato gli “squadroni della morte“, responsabili dell’assassinio di quasi duemila persone, tra cui 130 minori. Ma Duterte ha tirato dritto per la sua strada. “Davao – ha spiegato più volte – era un luogo arretrato e pieno di delinquenti, oggi, invece, è la città più sicura del sud-est asiatico”.Proprio su questo argomento, pochi giorni fa, Edgar Matobato, al soldo di Duterte quando era sindaco di Davao, davanti ad una commissione del Senato sui crimini commessi dalle forze di sicurezza tra il 1998 e il 2013, ha sostenuto che il Trump delle Filippine – il soprannome dato dai media al premier – avrebbe ordinato innumerevoli uccisioni. Motabato, sotto giuramento ha dichiarato di averne eseguite materialmente almeno una cinquantina. “Il nostro compito era quello di uccidere i criminali”. Spacciatori e stupratori in primis. Ha poi aggiunto dettagli raccapriccianti: “Alcune delle vittime erano uccise e scaricate sulle strade di Davao o sepolte in tombe anonime”. Altri corpi sarebbero “stati gettati in mare con lo stomaco aperto in modo da non galleggiare e essere mangiati subito dai pesci”.Ma al di là di queste accuse, delle denunce delle organizzazioni internazionali per la sua sanguinosa guerra alla droga – che negli ultimi tre mesi sarebbe costata la vita a oltre tremila persone in tutto il Paese -, e dei toni provocatori rivolti in più di una occasione agli Stati Uniti, all’Unione Europea, all’Onu e alla Chiesa cattolica, Rodrigo Duterte gode di un enorme sostegno della popolazione filippina. Secondo l’ultimo sondaggio, fatto dall’organizzazione no profit Social Weather Stations in occasione dei primi cento giorni dall’inizio del mandato, oltre tre quarti del popolo starebbe dalla parte del presidente. I numeri parlano chiaro: il 76 per cento dei votanti è soddisfatto del suo lavoro. Se poi ci spostiamo al sud, la percentuale aumenta. Nella città di Davao, addirittura, è sostenuto dall’88 per cento dei cittadini.cristiani_sotto_tiroOltre alla lotta contro il narcotraffico – un problema molto sentito in un Paese che conta più di tre milioni di tossicodipendenti -, Duterte sta portando avanti tutte le promesse fatte durante la sua campagna elettorale. All’inizio di ottobre ha aumentato di quasi 56 euro al mese lo stipendio agli uomini della polizia e dell’esercito “impegnati a combattere contro le minacce alla sicurezza nazionale e l’ordine pubblico”. Ha poi lanciato una grossa offensiva militare contro i miliziani islamisti di Abu Sayyaf attivi nel Mindanao. Ma soprattutto, con l’apertura a Mosca e Pechino, sta cambiando schemi ed alleanze strategiche. Ed è proprio questo che i filippini volevano. Stanchi del dominio spagnolo e statunitense, il Trump asiatico ha riacceso l’orgoglio patriottico del popolo.

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