Nel silenzio complice dell’Europa e nell’indifferenza dell’Occidente democratico, un nuovo colpo è stato inferto alla libertà di espressione in Tunisia. Lunedì 30 giugno, la giustizia tunisina ha condannato a due anni di carcere l’avvocata e opinionista Sonia Dahmani. Il suo reato? Aver denunciato pubblicamente, durante un intervento televisivo, l’esistenza in Tunisia di servizi e strutture segregate per persone nere: autobus separati, cimiteri separati. Una realtà che smentisce la narrazione ufficiale di uno Stato di diritto aperto, moderno e rispettoso dei diritti umani.
Ma in Tunisia, oggi, dire la verità è un crimine. E chi la dice viene punito con la prigione.
Una giustizia sotto tutela presidenziale
Non è la prima volta che Sonia Dahmani finisce nel mirino del regime. In precedenza era già stata incarcerata per un totale di 26 mesi, in due diversi procedimenti. Questa nuova condanna si aggiunge come un tassello ulteriore a una repressione sempre più sistematica, scientifica, impietosa. Il processo, emblematico nella sua brutalità, si è svolto senza nemmeno una difesa. Gli avvocati hanno abbandonato l’aula per protesta, definendo l’udienza una farsa. E Dahmani, visibilmente provata, ha rifiutato di partecipare alla “mascherata giudiziaria”.
La base legale di tutto questo è il famigerato Decreto 54, approvato nel 2022 dal presidente Kaïs Saïed, formalmente per combattere la “disinformazione”. In realtà, uno strumento onnivoro, usato per colpire chiunque osi criticare il potere: giornalisti, sindacalisti, avvocati, oppositori politici, attivisti per i diritti umani. Un decreto che ha trasformato la Tunisia in una prigione a cielo aperto per il pensiero libero.
Un capro espiatorio chiamato migrante
La condanna di Sonia Dahmani arriva in un contesto ben preciso: quello di una Tunisia in crisi, schiacciata tra una pressione migratoria crescente e un’economia in affanno. E quando un regime autoritario ha bisogno di distrarre l’opinione pubblica, trova un nemico facile da colpire. I migranti subsahariani, in questo caso. Già nel 2023, Kaïs Saïed aveva diffuso teorie complottiste su un presunto piano per “alterare la composizione demografica” della Tunisia attraverso l’immigrazione africana. Da allora, le aggressioni contro le persone nere – tunisine o migranti – si sono moltiplicate. E chi prova a denunciare questo clima d’odio, come Dahmani, viene zittito con le manette.
Complicità europea: quando i diritti diventano negoziabili
L’aspetto più inquietante non è soltanto la repressione in sé, ma la complicità silenziosa delle cancellerie europee. Mentre la Tunisia imprigiona i suoi cittadini più coraggiosi, l’Unione Europea continua a stringere accordi con il regime di Saïed. Accordi migratori, finanziamenti, cooperazione tecnica. L’obiettivo è uno solo: bloccare i flussi migratori verso l’Europa. Poco importa se questo significa chiudere gli occhi di fronte alla repressione, alla violazione sistematica dei diritti fondamentali, al ritorno della censura e della paura.
Libertà d’espressione: il prezzo della verità
La vicenda di Sonia Dahmani non è solo la storia di una donna perseguitata per aver detto la verità. È il simbolo di una Tunisia che, dopo la primavera araba, è tornata lentamente ma inesorabilmente verso l’autoritarismo. Una Tunisia dove il potere si chiude in se stesso, usa la giustizia come manganello e reprime ogni voce dissidente. Ma è anche il riflesso di un’Europa che, pur di fermare i migranti, è disposta a barattare i valori su cui si fonda.
Oggi, Sonia Dahmani è in carcere per aver denunciato il razzismo. Domani, chissà. Ma di certo, ogni giorno che passa senza che la sua voce venga ascoltata è un giorno in più in cui la libertà muore in silenzio. E noi, con lei.