In Francia sta facendo discutere e non poco la nomina di Didier Lallement quale nuovo prefetto di Parigi. Nomina di “duro”, dal manganello facile, per questo considerato senza mezze misure: o troppo apprezzato dai suoi estimatori, oppure troppo odiato da chi senza mezzi termini lo definisce un “pazzo furioso”.

Il significato della nomina di Lallement

L’approdo di Didier Lallement nella capitale non è casuale. Parigi da mesi oramai ogni sabato è sconvolta dalle proteste dei gilet gialli, manifestazioni spesso violente in cui alle volte la devastazione del centro della metropoli francese fa assomigliare le vite solitamente invase dai turisti in vere e proprie trincee. L’ultimo grave episodio del genere è quello del 16 marzo: in quella drammatica giornata di sabato, vanno a fuoco edifici che ospitano banche, edicole e negozi lungo gli Champs Elysées, si contano feriti ed una situazione di preoccupante devastazione. La prima testa a saltare è quella del prefetto Michel Delpuech: da Place Beauvau, sede del ministero dell’interno, il primo responsabile della sicurezza parigina viene giudicato inadeguato o comunque non all’altezza del suo compito. Il ministro Christophe Castaner ha però le idee chiare: il suo posto deve essere di Didier Lallement e la nomina arriva il 21 marzo.

“Monsieur manganello” è uno dei tanti soprannomi del nuovo prefetto di Parigi. Per lui, 62 anni ed una vita trascorsa tra ministero dell’interno e forze di sicurezza, una sorta di coronamento della carriera. Anzi, un vero e proprio sogno. Per il governo la volontà di dimostrare di saper tenere l’ordine nella capitale e replicare alle critiche delle ultime settimane. Del resto la prefettura di Parigi non è un’istituzione secondaria in Francia. Istituita da Napoleone, l’istituzione della capitale ha un’ampia autonomia che in altre prefetture del paese è impossibile da riscontrare. Lallement a sua disposizione ha infatti un proprio corpo di Polizia e può contare, tra le altre cose, su servizi segreti direttamente alle dipendenze della sua prefettura. “Uno Stato nello Stato” è la definizione più ricorrente che si attua in Francia nel parlare dell’istituzione prefettizia parigina.

E sia Lallement che il governo hanno intenzione di mostrare di saperla far funzionare bene. A partire dal mantenimento dell’ordine: nei primi due sabati di manifestazione dei gilet gialli vissuti da prefetto di Parigi, Lallement può vantare l’affievolimento degli scontri e l’assenza di devastazioni in pieno centro. Un primo risultato che fa “respirare” sia il poliziotto di ferro che il governo.

Da dove arriva la nomina di “prefetto di ferro” per Lallement

La descrizione che viene fatta del nuovo rappresentante del governo e della sicurezza nella capitale francese, sembra unanime. Si va dalle testimonianze raccolte nei giorni scorsi da “Liberation”, in cui anche poliziotti al suo servizio lo giudicano come un personaggio “freddo” e “burbero” nella vita come nel lavoro, fino a quelle di diversi politici che lo conoscono bene secondo cui Lallement non è uno che bada molto al sottile. L’unica differenza in queste testimonianze è data dal giudizio espresso verso il prefetto. C’è chi ritiene che gli elementi sopra descritti siano quelli giusti per condurre la prefettura di Parigi, c’è chi invece guarda con sospetto al carattere ed ai modi di Lallement.

Ma adesso l’opinione pubblica, in primis quella parigina, si chiede se a prescindere dal modus operandi del nuovo prefetto per davvero Lallement è in grado o meno di riportare ordine in una capitale che da anni vive sotto tensione. Tra attentati, micro criminalità e proteste in pieno centro, Parigi è da almeno un quinquennio che vede popolazione e turisti vivere perennemente sull’attenti. In ballo non c’è soltanto il sogno personale del prefetto di ferro temuto dai suoi stessi poliziotti, ma anche la credibilità di Macron circa la questione della sicurezza.

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