Ai primi di agosto, in uno dei colpi a sorpresa che sono tipici del suo modo di muoversi sulla scena internazionale, Volodymyr Zelensky si è recato in visita ufficiale di Stato nella Repubblica serba, accolto con tutti gli onori dal presidente Aleksandar Vucic, che ha peraltro consegnato simbolicamente al collega ucraino un pacchetto di aiuti umanitari. La cosa già di per sé ha fatto sensazione, essendo la Serbia è l’unico tra i Paesi candidati a entrare nella Ue a non aver aderito alle sanzioni contro la Russia dopo l’invasione dell’Ucraina. Sensazione che è ancora cresciuta quando Zelensky, a precisa domanda di un giornalista, ha risposto che Kiev rispetto l’integrità territoriale di tutti i Paesi e che quindi “la sua posizione a proposito della dichiarazione unilaterale di indipendenza del Kosovo rimane invariata”. Il che equivale a dire che il Kosovo rimane parte della Serbia.
È vero che l’Ucraina non ha mai riconosciuto la dichiarazione d’indipendenza del Kosovo del 2008, prima perché legata alla politica di Mosca (che a sua volta non ha mai riconosciuto il Kosovo) e poi, dopo l’Euromaidan del 2014, per timore che il separatismo del Kosovo rispetto alla Serbia servisse da modello (anche politico) al separatismo del Donbass rispetto all’Ucraina. Ma è anche vero che il Kosovo si è schierato con l’Ucraina fin dal primo momento dell’invasione russa del 2022. Già nel maggio di quell’anno il governo di Pristina decise sanzioni contro la Russia e finora ha aderito a 19 dei 21 pacchetti di sanzioni decisi dalla Ue. Non basta: nel 2023 il Kosovo ha offerto il proprio sostegno alla dichiarazione del G7 sulle garanzie di sicurezza per l’Ucraina; e nel 2024 ha inviato all’Ucraina aiuti militari sotto forma di veicoli corazzati e munizioni. Infine, un gruppo di istruttori kosovari dal 2024 lavora nel Regno Unito per addestrare i soldati ucraini.
La dichiarazione di Zelensky, quindi, è stata un vero schiaffo per Pristina, che ha reagito con dichiarazioni di sdegno e facendo togliere dal centro della capitale l’enorme manifesto con la scritta “Free Ukraine”, che stava lì appeso dal febbraio del 2022.
Perché, dunque, il presidente ucraino ha deciso di compiere un simile passo, andando incontro ai sentimenti di un Paese che, pur piccolo, è stato in questi anni un alleato fedele, oltre che un tassello prezioso dello stesso sistema occidentale che appoggia l’Ucraina?
I giornali ucraini, che a differenza di quelli europei hanno sottolineato il “passaggio serbo” di Zelensky, si sono molto impegnati nel ricostruire la storia delle guerre balcaniche per stabilire che il caso del Kosovo è molto diverso da quello del Donbass, che là l’indipendenza ci stava e qui no, rendendo così ancora più evidente la distonia zelenskiana e facendo capire che le autorità di Kiev nutrono ancora il timore opposto: ovvero che riconoscere il Kosovo potrebbe dare fiato e argomenti alla propaganda di Mosca, che dal 2014 lavora sull’analogia Kosovo-Donbass.
Ma le ragioni di Zelensky, come sempre, sono assai poco filosofiche e molto pratiche. Per quanto nobile sia l’atteggiamento del Kosovo, per Kiev contano di più le forniture di armi che arrivano dalla Serbia. Quel volpone del presidente Vucic da anni fa l’equilibrista tra le spinte di Mosca (che fornisce pur sempre l’80% delle risorse energetiche necessarie alla Serbia), le richieste della Ue (che chiede il distacco da Mosca) e gli interessi del suo Paese che, appunto vendendo armi all’Ucraina, incassa un discreto gruzzolo.
Come sempre, Vucic fa (o cerca di fare) le cose da furbo. Per non rompere con Mosca non vende direttamente a Kiev. Le sue armi (soprattutto munizioni) vanno a Paesi NATO come Repubblica Ceca, Polonia, Bulgaria, Spagna e anche Stati Uniti, che poi provvedono a girarle all’Ucraina. Oppure si serve di società di intermediazione e mediatori che agiscono il più possibile nell’ombra, con la stessa destinazione finale. Ne aveva scritto il Financial Times già nel 2024, avanzando la cifra di 800 milioni incassati da Belgrado. E ne ha poi più diffusamente parlato, nel 2025, Balkan Insight, con un report molto approfondito che rivelava, tra l’altro, che nel 2024 la Serbia aveva venduto a Israele armamenti per 45 milioni di dollari.
Ovviamente la Russia è sempre stata perfettamente al corrente dei maneggi di Vucic. Tanto che nel giugno dell’anno scorso era stato lo stesso SVR (il servizio di spionaggio estero russo) a scrivere sul proprio sito che due compagnie serbe avevano venduto all’Ucraina, attraverso il solito giro per Bulgaria e Repubblica Ceca, lanciarazzi e proiettili per mortaio. Un chiaro avvertimento a cui Vucic aveva risposto promettendo di interrompere tutti i traffici e investigare sull’accaduto. Promesse di cui si è rapidamente persa traccia, lasciando il Cremlino nel dubbio, perché ulteriori interventi potrebbero trasformare la Serbia da alleato altalenante in alleato altrui.
Riferimenti
Per le relazioni storiche tra Ucraina e Kosovo: https://babel.ua/en/texts/82374-serbs-and-albanians-have-been-killing-each-other-for-centuries-in-kosovo-recently-the-war-almost-broke-out-again-history-of-the-conflict-the-independence-of-kosovo-and-no-resemblance-with-l-dnr
Per il Financial Times e la Serbia: https://babel.ua/en/news/108350-ft-ukraine-received-800-million-worth-of-ammunition-from-serbia
Per il report di Balkan Insight: https://balkaninsight.com/2025/07/23/destination-ukraine-risking-russian-ire-serbia-clears-transit-of-bosnian-ammo/bi/
Per l’avvertimento dei servizi russi: https://www.reuters.com/world/russias-spy-agency-says-serbia-sold-ammunition-ukraine-via-bulgaria-czech-2025-06-23/
Per le promesse di Vucic: https://tvpworld.com/87441347/serbia-halts-all-arms-exports-after-threats-from-russia-and-iran