Senza troppe sorprese e senza reali sfidanti a contendere la sua vittoria, più che scontata, lo scorso 4 aprile il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi è stato rieletto per un secondo mandato di quattro anni con il 97,08% dei voti. 24.254.152 cittadini egiziani hanno votato alle elezioni in patria e all’estero su oltre 59 milioni di elettori, con un’affluenza del 41,05 per cento. Il capo del partito Ghad, Moussa Mostafa Moussa, unico contendente del generale alle elezioni, ha racimolato 656.534 preferenze, pari al 2,92 per cento dei voti totali validi. Osteggiato in passato da Barack Obama – che aveva invece scommesso sulla Fratellanza Musulmana e sull’ex presidente islamista Morsi – in questi anni al-Sisi ha cucito ottimi rapporti con il presidente Usa Donald Trump e con il presidente russo Vladimir Putin.

Gradito a Israele ma aspramente criticato dalle numerose organizzazioni per i diritti umani, da Amnesty International a Human Rights Watch, per via della risolutezza con la quale il suo regime tratta gli oppositori, il presidente egiziano è, per molti interlocutori, quel generale inflessibile che garantisce sicurezza e stabilità nella regione, nonché un autorevole argine al terrorismo nel Paese più importante e strategico del Medio Oriente. Quella di al-Sisi è una politica estremamente pragmatica volta a tutelare l’interesse nazionale dell’Egitto, ad ogni costo.

L’asse con Macron e la Francia

All’indomani delle elezioni egiziane, la Francia ha auspicato il successo di Abdel Fattah al-Sisi affermando che Parigi si è schierata con fermezza con Il Cairo nella lotta contro il terrorismo islamico. “La Francia auspica il pieno successo del presidente Sisi per il suo secondo mandato”, ha affermato la portavoce del ministero degli Esteri Agnes Von Der Muhll in un briefing lo scorso 3 aprile. “Auspichiamo che la sua rielezione gli consenta di soddisfare le legittime aspirazioni del popolo egiziano nel nome della sicurezza, della prosperità e della piena espressione delle libertà in un quadro costituzionale”.

I due paesi, infatti, coltivano forti legami economici e militari, che con l’arrivo del generale si sono rinforzati. Comune è, in questo momento, la visione dei due paesi sulla Libia: “È necessario accelerare lo svolgimento delle elezioni entro la fine di quest’anno, tenendo conto che la situazione in Libia influenza la stabilità e la sicurezza dell’intera regione mediterranea”, ha detto Radi, portavoce del presidente al-Sisi, a margine di un recente colloquio con il ministro degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian.

Come riportato dalla Reuters, il presidente francese Emmanuel Macron si è premurato nelle scorse settimane di confrontarsi con al-Sisi all’indomani dell’attacco missilistico condotto da Francia, Regno Unito e Usa contro la Siria come rappresaglia al presunto attacco chimico dello scorso 7 aprile. Nonostante l’alleanza con l’Arabia Saudita, paese rivale del presidente siriano Bashar al-Assad e dell’Iran, al-Sisi ha espresso a Macron la sua preoccupazione per l’escalation militare in Siria, “affermando che porterebbe a un ulteriore deterioramento e complicherebbe la situazione” e sottolineando “l’importanza di condurre un’indagine internazionale trasparente sulla questione” dell’attacco chimico. 

L’alleanza con l’Arabia Saudita

Il regno saudita ha finanziato il generale al-Sisi sin dal colpo di stato del 2013 che ha rovesciato il governo islamista di Morsi, sostenuto invece dal Qatar. Successivamente, Riyad ha versato miliardi di dollari per sostenere l’economia egiziana. Lo scorso marzo, come osserva il Financial Times, l’Arabia Saudita e l’Egitto hanno esteso la loro cooperazione economica siglando un accordo da 10 miliardi di dollari per la realizzazione una megacity in territorio egiziano. Il presidente egiziano, tuttavia, non condivide la feroce linea anti-iraniana del principe ereditario saudita Mohammad bin Salman.

Lo scorso novembre il presidente egiziano Abdel-Fattah al-Sisi ha dichiarato di essere contrario a qualsiasi guerra con l’Iran e con la formazione sciita libanese Hezbollah, e che le tensioni del Golfo “dovrebbero essere gestite con cautela”. La posizione dell’Egitto sulla Siria ha infastidito e non poco il regno nel recente passato.

Nonostante alcune divergenze sulla Siria e sull’Iran, l’Egitto partecipa alla guerra per procura nello Yemen accanto alla coalizione guidata dai sauditi contri i ribelli Houthi, in quella che rappresenta la più grave crisi umanitaria contemporanea. Nelle ultime ore, il ministero degli esteri egiziano Shukri ha chiesto una soluzione politica che possa porre fine a una guerra a lungo termine che sembra essere fine. Le dichiarazioni del ministro giungono dopo l’incontro con l’omologo yemenita Abdulmalik Al-Mekhlafi tenutosi a Il Cairo. Shukri ha sottolineato che “non esiste una soluzione militare alla crisi yemenita” aggiungendo che l’Egitto sarà sempre pronto a fornire “sostegno politico per gli sforzi di pace e di mediazione delle Nazioni Unite”.

I rapporti con gli Stati Uniti

Nel 2014, al-Sisi accusò apertamente l’ex presidente Barack Obama di aver sostenuto i Fratelli Musulmani e di “aver provato a salvare il presidente islamista Mohamed Morsi”; in effetti i democratici, in particolare l’ex Segretario di Stato Hillary Clinton, hanno dimostrato un certo feeling con i Fratelli Musulmani e hanno accusato in più di un’occasione l’attuale presidente egiziano di violare i diritti umani nel suo Paese. Con Donald Trump, al contrario, si è ristabilita quella sintonia che mancava da tempo – benché se le relazioni bilaterali tra i due paesi abbiano subito qualche brusca frenata nell’ultimo periodo.

Come scrive Al-Monitorinfatti,  “nonostante la recente telefonata del consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton ai vertici militari egiziani, i legami militari con l’Egitto sotto Trump hanno fatto un passo indietro. L’anno scorso, l’allora segretario di stato Rex Tillerson ha riprogrammato quasi 96 miliardi in aiuti militari ed economici e ha trattenuto altri 195 milioni in finanziamenti militari esteri dopo che al-Sisi non ha rispettato i parametri dei diritti umani delineati dal Congresso”. I legislatori americani, inoltre, hanno chiesto un’indagine sui legami di vecchia data dell’Egitto con la Corea del Nord.

Il feeling con Putin

Grande feeling quello maturato con il presidente russo Vladimir Putin. Come osservato da Andrea Muratore in un articolo pubblicato su Gli Occhi della Guerra, in occasione dell’incontro tra i due leader dello scorso dicembre, “Putin e al-Sisi hanno rafforzato l’importante partnership economica tra Russia ed Egitto. In particolare, i due leader hanno concordato un accordo da circa 30 miliardi di dollari fondato sull’appalto ad aziende russe per la realizzazione della prima centrale nucleare egiziana, che contribuirà alla diversificazione energetica di un Paese che ha visto il suo fabbisogno raddoppiare nel corso degli ultimi 15 anni e toccare i 90 milioni di barili di petrolio equivalenti”.

Come riportato da Bloomberg, “Rosatom progetta di mettere in funzione il primo reattore nel sito di El Dabaa entro il 2026 […] Fornirà combustibile nucleare a tutti e quattro i reattori da 1.200 MW nel corso dell’intera vita operativa dell’impianto”. Una partnership strategica che, con la rielezione di al-Sisi, è destinata a proseguire.