Religione e politica, negli Stati Uniti, non sono mai fenomeni distanti tra loro, ma s’intersecano da sempre. Gli ultimi decenni, soprattutto, hanno mostrato al mondo un’America complessa in cui il dibattito elettorale, le scelte politiche e i discorsi di presidenti e parlamentari non hanno mai negato un ruolo primario alla religione. Religione che, ammantata di messaggi messianici e apocalittici, ha spesso avuto un ruolo non secondario nel facilitare l’evocazione di alcuni discorsi tipici delle ultime presidenze americane, sia repubblicane sia democratiche. La vittoria di un presunto bene su un presunto male, la logica della guerra giusta, l’idea che vi sia un nemico al di fuori della propria sfera di valori contro cui dover per forza combattere per ripristinare un ordine morale e di interessi in cui gli Stati Uniti possano guidare la geopolitica mondiale. Idee che sono molto comuni nelle presidenza americane che si basano sul sistema dei valori di determinate confessioni protestanti.

Donald Trump non è escluso da questa logica, anzi, ne è sempre più dentro. E si sta costruendo, con il passare del tempo, l’immagine del frutto dei valori di quell’America profonda in cui le sette religiose evangeliche, di cui molte radicali, sono radicate e crescono in numeri di seguaci e in risorse economiche. E come conferma della vicinanza di Donald Trump a questo mondo potente delle sette evangeliche statunitensi arriva uno scatto pubblicato su Twitter da Johnnie Moore, titolare dell’agenzia The Kairos: un’agenzia che ha come core business quello di curare il rapporto tra chiese evangeliche e organizzazioni religiose americane con la stampa e i mezzi di comunicazione.

In questo scatto, the Donald è di spalle, circondato da pastori evangelici che gli impartiscono una benedizione collettiva con occhi chiusi e teste chine, in pieno fervore mistico. Tra loro, c’era anche Paula White, capo dell’Evangelical Advisory Board, figura chiave della spiritualità di Trump e che lui stesso invitò come oratrice nella preghiera di dedicazione per l’insediamento nella Casa Bianca dello scorso gennaio. Una foto che non può che lasciare perplessi, per la disinvoltura con cui i rappresentanti di queste confessioni entrano nella Casa Bianca, e che cristallizza, in un’immagine, quanto ormai è sempre più evidente: la destra religiosa americana è entrata nelle stanze del potere.

Donald Trump si è ritagliato dall’inizio della campagna elettorale un personaggio che l’ha condotto a essere apprezzatissimo della destra religiosa degli Stati Uniti profondi, tanto che oggi i suoi consensi in quella fascia elettorale sono alle stelle. La sua figura forte, la sua capacità di guadagnare milioni di dollari e diventare leader della nazione, il suo essere bianco e non avere problemi a mostrarsi come figlio della vera America, sono tratti che lo hanno avvicinato fortemente a quella comunità enorme e importantissima della destra statunitense. Una destra che aveva trovato in George W. Bush un suo degno rappresentante soprattutto dopo l’attentato delle Torri Gemelle, trasformandosi nel leader del cristianesimo americano contro il mondo islamico. E che adesso ha in Trump il frutto più interessante sotto il profilo dell’eclettismo e della capacità di essere allo stesso tempo simbolo dell’America sfarzosa e lussuriosa e dell’America profonda e rurale delle fasce centrali del continente.

L’essere forgiato da questa cultura evangelica, che non nasconde anche profili radicali, si ripercuote non solo nella politica interna, con scelte molto conservatrici, ma anche nella politica estera di Donald Trump. Lo scegliere immediatamente alleati “giusti” e nemici contro cui bisogna operare ogni forma di ostilità, è una declinazione geopolitica di quella visione tipica delle chiese evangeliche con cui Trump ha intessuto rapporti molto forti. Ma anche la stessa nascita di un’asse formidabile con Israele e il viaggio “religioso” tra Riad, Gerusalemme e Roma, rivelano quasi una visione fideistica del suo rapporto con il mondo. Non è un caso che Civiltà Cattolica abbia pubblicato un pezzo di forte accusa nei confronti della politica estera trumpiana, che si basa, a detta della rivista, su un connubio pericoloso di fondamentalismo e di visioni “apocalittiche”. Visioni che, secondo molti analisti che studiano il confronto tra fede e politica, rappresentano proprio le idee di quelle confessioni che oggi sono entrate dentro la Casa Bianca e che benedicono la nuova presidenza. E in questo c’è forse il vero grande scontro ideologico e culturale tra il papato di Francesco e la presidenza di Donald Trump, così come confermato da Civitlà Cattolica. Il pontificato di Francesco si fonda sull’assoluta certezza che il messaggio politico debba essere distaccato dall’appartenenza religiosa, quasi che l’universalismo della Chiesa non possa essere mai al servizio della politica di uno Stato. Per Trump avviene l’esatto opposto: la religione e la visione politica vanno nella stessa direzione, e cioè ricreare una dicotomia tra bene e male in ogni settore delle politiche interne e internazionali della sua America. Un fatto che già chiaro durante la campagna elettorale, quando l’influente piattaforma americana Church Militant, indicava Trump come novello Costantino e la Clinton come Diocleziano. Una logica di mondi opposti che è tipica di una parte del cristianesimo americano e che in Europa, per esempio, sarebbe molto difficile da far passare.