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Due esigenze opposte. Due sogni contrastanti, che a prima vista sembrerebbero non poter mai convergere su un punto di contatto comune. Da una parte il Sogno cinese di Xi Jinping, coincidente con lo sviluppo economico e sociale della Cina, ma anche con la volontà di completare l’unificazione della Repubblica Popolare inglobando Taiwan, come neppure il Grande Timoniere Mao Zedong era mai riuscito a fare. Dall’altra il sogno di Taipei, capitale della “provincia ribelle”, che non ha alcuna intenzione di perdere la propria indipendenza e piegarsi alle istanze, vere o presunte, del Partito Comunista Cinese (Pcc).

Si potrebbe pensare che trovare un compromesso nel bel mezzo di uno scenario del genere possa risultare un’utopia. In parte lo è, perché Xi ha più volte fatto capire che, presto o tardi, la Cina completerà la riunificazione pacifica con Taiwan. Il presidente cinese ha però spiegato che, qualora le circostanze dovessero richiederlo, Pechino non si tirerebbe affatto indietro di fronte all’eventualità di una guerra. Sulla sponda opposta, a circa 150 chilometri dalle coste cinesi, il governo taiwanese appare una fortezza inespugnabile, almeno dal punto di vista ideologico.

Tsai Ing-wen, presidente della Repubblica di Cina dal 2016 (rieletta nel 2020 per un secondo mandato), è la leader del Partito Democratico Progressista (PPD). La posizione di questa fazione, maggioranza all’interno dello Yuan legislativo, il Parlamento monocamerale di Taiwan, con 63 seggi controllati (62, più l’appoggio di un indipendente), è chiara: l’isola deve resistere a ogni tentativo cinese di carpirle l’indipendenza. Per farlo, ben venga consolidare l’alleanza con gli Stati Uniti e le forze occidentali, consolidate in seguito all’elezione del presidente americano Joe Biden.

Punti di contatto

Fin qui ci troviamo di fronte a un quadro ben definito. Dietro le apparenze è tuttavia possibile analizzare la questione taiwanese da un’altra prospettiva. Per farlo, è necessario spostarsi in Cina, nella Grande Sala del Popolo di Pechino. Qui, a due passi da Piazza Tienanmen, si è svolto il sesto Plenum del Partito Comunista Cinese (PCC). Sarà interessante capire quali saranno le conclusioni politiche dell’evento, anche se tutto lascia presagire un rafforzamento del potere di Xi Jinping nell’attesa del Congresso del Pcc previsto per la fine del 2022, e del rinnovo quinquennale del suo mandato.

Non sappiamo quali sono ufficialmente i temi trattati dal Plenum, visto che i lavori si stanno svolgendo a porte chiuse. È tuttavia plausibile che alla vicenda taiwanese sia stato riservato un posto in primissima fila. Già, perché il clima da Guerra Fredda in atto tra Stati Uniti e Cina potrebbe trasformarsi in guerra vera e propria qualora Taiwan, o meglio il PPD di Tsai, dovesse dichiarare l’indipendenza nazionale attingendo alla protezione americana. Attenzione però, perché a Taipei non sono tutti d’accordo su questo tipo di comportamento. Il Kuimintang (Kmt), partito nazionalista, condivide con il PPD lo stesso odio atavico nei confronti del PCC e del comunismo. D’altro canto, i nazionalisti non intendono però in nessun modo fomentare una guerra contro la Repubblica Popolare.

La sponda del Kuomintang

Il motivo è semplice: il Kmt è stato il partito di Sun Yat Sen, considerato sia dai taiwanesi che dai cinesi il padre della Cina moderna. Nazionalisti e comunisti avevano inoltre dato sfoggio di prove di collaborazione nel bel mezzo della guerra contro i giapponesi (1924-1927). Al di là della storia, pare che a Taiwan il Kmt guidato da Chu Lilun sia all’opera per realizzare una rivincita contro i separatisti di Tsai.

Guai a parlare di indipendenza, perché il signor Chu è in linea con Pechino per quanto concerne l’unità nazionale e il diritto irrinunciabile della sovranità cinese sull’isola. Semmai, la disputa è su quale “Cina” debba controllare l’unità nazionale: la Repubblica Popolare Cinese a trazione comunista oppure la Repubblica di Cina controllata dai nazionalisti? Il dibattito è apertissimo.

Lo stesso Chu fu invitato a Pechino da Xi nel 2015 nel tentativo di avviare i colloqui per una riunificazione pacifica. Chissà che al termine del Plenum, o in vista dei prossimi mesi, la Cina non possa pensare di riprendere il dialogo con il Kmt. Questa potrebbe essere una mossa inaspettata, tanto per Tsai che per Biden.