Che cos’è il populismo? Nella dialettica comune, parliamo della contrapposizione tra “popolo” ed “élite”. Come direbbe Francis Fukuyama “è l’etichetta che le élite mettono alle politiche che a loro non piacciono ma che hanno il sostegno dei cittadini”. Nelle discussioni politiche come nei dibattiti, l’epiteto “populista” ha una connotazione fortemente negativa, una via di mezzo tra la demagogia e l’intolleranza. Un’etichetta giornalistica, talvolta, più che una vera e propria categoria politica. Con la vittoria di Donald Trump negli Stati Uniti e con l’avanzata dei movimenti e partiti cosiddetti “populisti” e “sovranisti” di destra e di sinistra in tutta Europa e nel mondo, giornalisti e politologi si sono interrogati sul significativo e sulle prospettive del populismo, aprendo un dibattito ricco di spunti e riflessioni.
Come riporta il Corriere della Sera, l’ultimo intellettuale a esprimersi in merito è Steve Hilton, colui che contribuì in qualità di consulente politico a modernizzare l’immagine dei tories inglesi, portando David Cameron alla vittoria alle elezioni del 2005. Lasciata Londra e trasferitosi in California, continua a essere un punto di riferimento per i conservatori americani grazie al programma “The Next Revolution” che conduce su Fox.
Il “populismo positivo” di Steve Hilton
Steve Hilton ha da poco pubblicato un saggio intitolato sul populismo intitolato Positive Populism che lui stesso racconta in un articolo pubblicato su Fox News: “La caratteristica distintiva dell’elitismo, e la ragione centrale del suo fallimento, è la concentrazione del potere economico e politico nelle mani di pochi, non dei molti. Ecco perché abbiamo bisogno di una rivoluzione specificamente populista”, afferma. “Negli ultimi decenni, tecnocrati anonimi, burocrati e apparati corporativi hanno costruito un asse di governo tra Big Government e Big Business. A loro volta, i politici, sostenuti da questi donatori, affascinati dai lobbisti e corteggiati dai media in esclusivi luoghi come Davos, Bruxelles e Washington, hanno forgiato un consenso bipartisan a sostegno della globalizzazione, dell’automazione, della centralizzazione e dell’immigrazione incontrollata”.
Il potere, spiega, “è passato dagli stati-nazione ad organismi internazionali come il Fondo monetario internazionale, l’Organizzazione mondiale del commercio e l’Ue. Nell’economia, i ricchi sono diventati più ricchi e le persone che lavorano hanno visto i loro redditi andare giù e il loro lavoro andare via”. La rivoluzione populista, però, “deve essere modellata in una filosofia politica coerente e positiva, che comprenda e rispetti il sentimento anti-èlite di oggi, ma lo allontani da qualsiasi fine oscuro verso una trasformazione costruttiva e duratura della nostra economia, società e governo. Possiamo convenire che il globalismo non è democratico, senza diventare isolazionisti. Possiamo convenire che una nazione non è una nazione a meno che non possa far valere i suoi confini, senza essere razzisti”. Il populismo, sottolinea, “ha dato origine a questo Paese, gli Stati Uniti, e lo ha sostenuto”.
Il populismo secondo Fukuyama
Che possa esserci un populismo positivo e costruttivo lo sostiene anche Francis Fukuyama, che ha da poco dato alle stampe il saggio Identity. “Pensavo che il crollo finanziario avrebbe prodotto un populismo di sinistra “, dice l’autore del celebre The End of History? in un’intervista al Guardian. “Questa enorme recessione è stata creata dai plutocrati di Wall Street. Invece ha generato il Tea Party e l’attivismo di destra. Parte della spiegazione di ciò è il modo in cui questi problemi identitari si sono evoluti dal 1930: la gente pensa a disuguaglianze minori piuttosto che a grandi battaglie di classe”.
Le cause? La globalizzazione, afferma il politologo, “ha chiaramente lasciato indietro molte persone. C’è una maggiore automazione e disuguaglianza”.
“Una minaccia alla democrazia liberale”
Gli esperti concordano sul fatto che gli elettori, delusi da una globalizzazione che si prometteva di portare prosperità e ricchezza e che invece ha accentuato le disuguaglianze, si sono rivolti alle forze cosiddette populiste per avere delle risposte e per rimarcare un profondo sentimento anti-èlite. Chiedono una maggiore centralità dello stato, rispetto agli organismi internazionali, prodotto dell’ordine liberale; si oppongono all’immigrazione di massa, che produce tensioni sociali e viene percepita come una minaccia per la sicurezza degli stessi stati-nazione.
Accanto ad analisi più positive e ottimiste, come quella sopracitata di Hilton, ci sono poi quelle che descrivono il populismo come una pericolosa deriva autoritaria. Tra questi c’è William Galston, citato anche dal Corriere della Sera, che nel suo Anti-Pluralism, pubblicato da Yale University Press, descrive il populismo come una seria minaccia alla democrazia liberale. “Il populismo è il nemico del pluralismo e quindi della democrazia moderna”, spiega. “I difensori della democrazia liberale devono concentrarsi senza sosta sull’individuazione e sulla lotta alle minacce alle istituzioni liberali”.
Insomma, il populismo pare essere il perfetto terreno di scontro tra comunitari-identitari e liberal, che può essere riassunto nelle parole di Marcello Veneziani: “Nel populismo si perdono gli argini che distinguevano la classe operaia, la classe intellettuale, i ceti medi; c’è una riduzione indistinta a quell’individualismo di massa che è poi il lascito sociale della modernità. Si può in questo senso parlare della postmodernità come del suo bacino anche se il tempo del populismo è l’epoca dell’odiernità, in cui cioè la dimensione temporale si è ridotta al momentaneo, al presente. E la vertigine e l’angoscia di questa riduzione della contemporaneità a estemporaneità, questa precarizzazione universale che rende tutto labile, effimero, alimenta il rifugio nel ventre caldo e corale del populismo”.