Il più grande sindacato degli insegnanti Usa rompe con l’Adl perché troppo filo-israeliana

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Se Washington sembra schierata senza tentennamenti col nazionalismo israeliano, la società statunitense si ribella coinvolgendo realtà sempre più importanti. Nei giorni scorsi sono stati i membri del sindacato degli insegnanti più grande degli Stati Uniti a ribellarsi, votando nei giorni scorsi per interrompere ogni collaborazione con la Anti-Defamation League (Adl), storica organizzazione attiva contro l’antisemitismo e le discriminazioni. La frattura tra le organizzazioni di riferimento delle comunità ebraiche e i movimenti sindacali e per i diritti civili si fa sempre più ampia e drammatica, accentuata dalla mattanza di Gaza.

Durante la conferenza nazionale della National Education Association (Nea) a Portland, Oregon, il voto è stato chiaro: il sindacato “non utilizzerà, non promuoverà né pubblicizzerà documenti dell’Adl”, e tantomeno i suoi programmi educativi. La risoluzione è stata approvata dall’assemblea ma ancora soggetta a ratifica dal comitato esecutivo, e motiva la scelta in questo modo: “L’Adl non è il partner educativo per la giustizia sociale che sostiene di essere”.

L’accusa degli insegnanti è doppia: da un lato, l’Adl strumentalizza la nozione di “antisemitismo” in modo da silenziare critiche legittime a Israele; dall’altro, diffonde statistiche gonfiate sull’odio antiebraico in modo da creare un’atmosfera emergenziale che favorisce la censura. Un delegato ha paragonato il ruolo dell’Adl a quello dell’industria fossile sul cambiamento climatico: Permettere all’Adl di definire cos’è l’antisemitismo è come permettere alle compagnie petrolifere di stabilire cos’è il riscaldamento globale”, ha dichiarato Stephen Siegel.

Ma non c’è solo la Nea

Le tensioni tra Nea e Adl non sono nuove, ma negli ultimi anni, e in particolare con l’invasione israeliana di Gaza la situazione si è deteriorata. Nea è stata accusata di promuovere materiale educativo dal sapore antisemita sulla storia della Palestina mentre l’Adl, sotto la guida di Jonathan Greenblatt, di fatto trasformatosi in un portavoce del governo di Benjamin Netanyahu, ha intensificato la sua retorica filo-israeliana, tentando di reprimere qualsiasi campagna anti-apartheid e approvando apertamente la guerra israeliana verso i vicini, a cominciare dall’applauso per i cercapersone fatti esplodere in Libano.

Gli equilibri interni a Nea riflettono una società statunitense attraversata da segmenti demografici portatori di nuovi scetticismi e nuove infedeltà, sempre più scettici verso le tradizionali alleanze geopolitiche – come il gruppo degli Educators for Palestine, che dà voce agli insegnanti solidali con una causa invisa ai conservatori -, contribuendo a modificare la cultura interna del sindacato. Dire “Palestina” alle convention Nea di qualche anno fa sarebbe stato impensabile: oggi chi ha certe sensibilità trova spazio per organizzarsi attorno a questi temi.

L’Adl, ovviamente, ha reagito parlando di infiltrazioni di “attivisti pro-Hamas” nella Nea e accusando il sindacato di essere stato “preso in ostaggio” da estremisti, chiudendosi a ogni critica e confermandosi sempre di più nel ruolo di braccio culturale del duo Trump-Netanyahu. Intanto non solo Nea, ma anche altre realtà educative e sindacali hanno iniziato a mettere in discussione il ruolo dell’Adl. Alcuni insegnanti hanno scelto di boicottare corsi organizzati dall’American Jewish Committee, un altro gruppo di pressione filo-israeliano radicale, scegliendo invece i programmi condotti da gruppi ebrei antisionisti e democratici. Significativamente, anche il sito Wikipedia l’hanno scorso ha classificato l’Adl come una fonte “generalmente inaffidabile” sulle questioni relative a Israele e all’antisemitismo (in altre parole: faziosa e disonesta).

Per molti insegnanti, la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la scelta dell’Adl – sempre pronta ad ampliare a dismisura la definizione di ciò che oggi è “antisemita” – difendere con formidabili capriole lessicali un personaggio come Elon Musk e il suo saluto nazista. Quando si palesano voci critiche verso Israele c’è sempre modo di demonizzarle; quando l’uomo più ricco del mondo, con una storia di teorizzazioni antisemite (come l’idea che gli ebrei vogliano sterminare la razza bianca) si mette a giocare come un bambino dispettoso, allora è bene contestualizzare. Capito?

Non si tratta di proteggere le comunità ebraiche, ma di silenziare i sostenitori dei diritti dei palestinesi”, ha dichiarato Beth Miller di Jewish Voice for Peace, e ci sentiamo di darle ragione.