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Politica

Il “piano segreto” per la morte di Johnson

L’intelligence di Londra era “preparata” ad ogni evenienza. Nel caso in cui il Covid-19 avesse ucciso il primo ministro Boris Johnson – primo e unico capo di Stato ad essere stato contagiato dal virus potenzialmente mortale – gli agenti che...
Johnson governo Uk La Presse

L’intelligence di Londra era “preparata” ad ogni evenienza. Nel caso in cui il Covid-19 avesse ucciso il primo ministro Boris Johnson – primo e unico capo di Stato ad essere stato contagiato dal virus potenzialmente mortale – gli agenti che si occupano della sicurezza nazionale avevano un “piano segreto” da attuare nell’ipotesi peggiore. Dopo la rivelazione del piano “London Bridge” – ossia il protocollo da attuare nel caso di morte della reggente Elisabetta II – i britannici mostrano ancora una volta il loro spirito meticoloso. A rivelarlo è stato lo stesso primo ministro: “Mi hanno dato una maschera per il viso e ho ricevuto litri e litri di ossigeno, ho tenuto a lungo quella e il tubicino nel naso. È stato un momento difficile, non lo nego. Avevano una strategia per affrontare uno scenario del tipo ‘morte di Stalin’“.

L’MI5, la quinta sezione dell’intelligence britannico che si occupa dalle minacce alla sicurezza nazionale – della Regina, dei membri della Famiglia Reale e della democrazia parlamentare (inclusi quindi membri del governo) – aveva pensato a tutto nel caso in cui Johnson fosse rimasto vittima del virus. Una strategia nello stile “morte di Stalin”, annunciata il giorno seguente, dopo che la situazione fosse stata messa sotto controllo e le posizioni “blindate” per scongiurare ogni genere di instabilità. “Non ero in forma particolarmente brillante e sapevo che c’erano piani di emergenza in atto”, ha dichiarato Johnson in un’intervista rilasciata al quotidiano The Sun. Il premier britannico, ricoverato in terapia intensiva lo scorso aprile, ha raccontato i momenti più difficili vissuti durante il contagio, ma soprattutto ha rivelato l’esistenza di un protocollo particolare che i servizi segreti britannici avrebbero attuato nel caso in cui Bojo non ce l’avessi fatta.

Ora Johnson, 55 anni – uno de sostenitori della prima ora della strategia dell’immunità di gregge per combattere il virus e salvaguardare così l’economia nazionale in una fase delicata – è salvo ed è tornato a lavoro in parlamento dopo aver trascorso un lungo periodo di isolamento al numero 10 di Downing Street. Ma il ricordo e la paura dei giorni in cui era ricovera all’ospedale St Thomas di Londra – dove ha trascorso tre notti in terapia intensiva – sono nitidi, come il timore di non farcela e lasciare un paese appena in fase di Brexit in balia dell’instabilità politica causata dalla morte di un primo ministro. Eppure nulla sarebbe rimasto al caso. Qualcuno avrebbe dovuto prendere il suo posto – con prontezza, risolutezza, evitando che il popolo potesse riceve la triste notizia prima che a Westminster fosse tutto “pronto”. Discorso ufficiale compreso.

Le fonti del Sun riportano che Johnson non ha “specificato” in dettaglio quali fossero i piani di emergenza. Secondo le parole di chi lo ha intervistato, il ricordo assai vicino ha “strappato” alcune le lacrime dal volto del premier mentre descriveva la premura delle cure ricevute dal personale ospedaliero: “È stato grazie a un meraviglioso, meraviglioso trattamento che ce l’ho fatta. Hanno fatto (i medici, ndr) un’enorme differenza”, ha detto. “Mi emoziono per questo… ma è stata una cosa straordinaria”. Forse è anche per questo che Bojo e la sua compagna hanno deciso di dare a loro figlio il nome dei dottori che gli hanno salvato la vita: Wilfred Lawrie Nicholas. Del resto possiamo immaginare quale crisi di governo avrebbe provocato l’eventuale dipartita dell’uomo che, dopo aver lottato per anni, ha reso “realtà” il desiderio di più della metà degli inglesi: uscire – a torto o a ragione – dall’Unione Europea.





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