L’attivazione in tempi utili della campagna di vaccinazione di massa e il ricorso ad una pluralità di rifornitori, in primis Russia e Cina, hanno permesso all’insospettabile Serbia di protagonizzare e dominare il panorama balcanico in termini organizzativi e di disponibilità di dosi pro capite. Le potenzialità e le opportunità offerte da questo prezioso surplus sono state pienamente comprese dalla dirigenza politica, che, trainata dall’ambizioso Aleksandar Vucic, sta portando avanti una diplomazia del vaccino in larga parte dei Balcani occidentali.

Da salvato a salvatore

La Serbia era stata al centro della battaglia degli aiuti umanitari nei Balcani nel corso della prima parte della pandemia – capolinea di tonnellate di carichi di beni igienico-sanitari provenienti da Russia, Cina e Turchia –, ma le circostanze e una buona dose di preveggenza e lungimiranza hanno aiutato il governo a trasformare lo spettro di un’emergenza sanitaria devastante in un’opportunità di crescita e riscatto.

Colmando il vuoto che teoricamente dovrebbe essere occupato dall’Unione Europea e sfruttando le lentezze del programma di aiuto multilaterale CoVax delle Nazioni Unite, da due settimane Belgrado ha iniziato il trasferimento graduale del surplus dai propri magazzini alle nazioni dei Balcani occidentali che si trovano in stato di maggiore necessità:

  • Il 14 febbraio è stato inviato in Macedonia del Nord un carico di 4.680 dosi di Tozinameran, il vaccino di Pfizer e BioNtech, ed è in programma la partenza di un secondo carico di pari dimensioni. La cerimonia di consegna è stata presieduta da Vucic e dal primo ministro macedone Zoran Zaev.
  • Tre giorni dopo è stato consegnato un carico di duemila dosi di Sputnik V al Montenegro.
  • Il 2 marzo sono state donate alla Bosnia ed Erzegovina cinquemila dosi di ChAdOx1, il vaccino di AstraZeneca, ed è in programma una seconda spedizione di uguale misura. A ciò si aggiunga che Belgrado, nelle settimane precedenti, ha regalato cinquemila dosi dello stesso vaccino a Banja Luka e che, inoltre, sta facendosi carico dell’immunizzazione del personale medico dell’entità federata – oltre 3.500 dottori vaccinati sino ad oggi.
  • L’avvio di una campagna di vaccinazione nelle regioni kosovare a maggioranza serba è previsto prossimamente, consenso di Pristina permettendo.

L’obiettivo di Vucic

Belgrado sta conducendo una diplomazia del vaccino mirata e su piccola scala il cui fine è un miglioramento complessivo della propria immagine nei Balcani occidentali che si riveli funzionale e propedeutico alla costruzione di un ambiente maggiormente favorevole agli interessi serbi. Solidarietà e fratellanza sono i termini che il presidente serbo ha utilizzato con più frequenza tra Skopje e Sarajevo, e il loro impiego quasi abusatorio è altamente indicativo della visione di Belgrado per il dopo-pandemia.

Vucic, l’ex nazionalista reinventatosi moderato – gli accordi di normalizzazione parziale con il Kosovo ne sono la prova più lapalissiana –, cova l’ambizione di ripristinare, almeno in parte, l’antica primazia di Belgrado nei Balcani occidentali e ha trovato nella diplomazia del vaccino un valido e potente alleato. Le altre nazioni, inoltre, con un adeguato lavoro mediatico, potrebbero essere incoraggiate a considerare la Serbia un modello di organizzazione efficiente, anche politicamente parlando, con il risultato complessivo di accrescerne il potere morbido nell’intera ex Iugoslavia.

Le dichiarazioni rilasciate a Sarajevo, in occasione della consegna del primo carico di vaccini ai fratelli bosniaci, sembrano corroborare l’ipotesi della grande strategia ecumenica di Vucic. Il presidente serbo, oltre ad aver criticato sottilmente l’assenteismo europeo e le falle del sistema CoVax, ha invitato la dirigenza bosniaca a guardare oltre l’orizzonte immediato e a prendere in considerazione l’allestimento di un grande evento a Belgrado, a fine pandemia, avente come fine il miglioramento delle relazioni bilaterali in ogni settore.

“Insieme”, ha dichiarato Vucic, “possiamo avanzare più rapidamente […] [perché] siamo più forti quando parliamo con una sola voce”. Tra i sogni di grandeur del presidente serbo e la loro realizzazione, però, giacciono alcuni ostacoli difficilmente aggirabili e/o superabili: la questione Kosovo, le politiche tendenzialmente antiserbe della classe politica montenegrina – come ricorda il dossier ortodosso –, i perenni dissapori interetnici fra le entità federate di Bosnia e, ultimo ma assolutamente non meno importante, il fattore Stati Uniti. Perché consegnare i Balcani occidentali alla Serbia equivarrebbe a cederli alla Russia, e nessun inquilino della Casa Bianca accetterà mai di perdere ciò che è stato conquistato con la disgregazione della Iugoslavia.