Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump rivelerà a breve il suo tanto atteso piano di pace per il Medio Oriente prima che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu visiti Washington la settimana prossima. Giovedì 30 potrebbe essere la data prescelta per svelare i piani americani nell’area. Trump, che incontrerà Netanyahu martedì, ha definito il proprio “un ottimo piano” che potrebbe “funzionare davvero”. Trump ha anche annunciato di aver udito la controparte palestinese che avrebbe già respinto il negoziato, ancor prima della sua pubblicazione ufficiale.

Nabil Abu Rudeina, portavoce di Abu Mazen, ha dichiarato giovedì che i palestinesi “avvertono Israele e l’amministrazione statunitense di non attraversare alcuna linea rossa”. Gli umori palestinesi sono peggiorati da quando Netanyahu ha annunciato, durante un evento elettorale lo scorso settembre, di voler annettere la Valle del Giordano. Da allora, la situazione nell’area ha seguitato ad incancrenirsi. “Insistiamo – ha puntualizzato Nabil Abu Rudeina- per la fine dell’ occupazione israeliana e per la costituzione di uno Stato palestinese lungo le linee del 1967, con capitale a Gerusalemme est”. Anche a Washington il piano sembra entrare prepotentemente nella cronaca, schiacciata tra impeachment e campagna elettorale, così tanto da far crescere il sospetto che il presidente voglia usare questo colpo di scena per ingraziarsi l’elettorato evangelico e filo-israeliano.

Il contenuto del piano

Secondo le prime notizie trapelate, il piano americano prevede il riconoscimento della sovranità israeliana sulla Valle del Giordano e sugli insediamenti nell’Area C della Cisgiordania, quella, in base agli Accordi di Oslo, già sotto controllo da parte israeliana. In cambio, gli Usa si impegnerebbero al riconoscimento a tempo debito di uno Stato palestinese “smilitarizzato” che includerebbe il resto del territorio della zona C, le attuali Aree A e B, più Gaza. Un progetto che potrebbe essere svelato con l’arrivo del leader israeliano negli Stati Uniti o comunque prima del 2 marzo, data in cui si svolgeranno le elezioni in Israele. Nell”Accordo del Secolo” messo a punto da Trump insieme al consigliere Jared Kushner ed altri (definito dai media di Israele “la migliore offerta mai fatta”), sarebbe previsto il riconoscimento da parte palestinese di Gerusalemme come capitale di Israele e di Israele come Stato ebraico. Per quanto riguarda la smilitarizzazione dello Stato palestinese, questa coinvolgerebbe anche la Striscia di Gaza e quindi di Hamas, il cui leader, proprio in questi mesi è impegnato in un tour internazionale per rilanciare la causa palestinese e trovare nuovi alleati.

Secondo i media israeliani, tra cui il Times of Israel, fonti ulteriori sarebbero a conoscenza di alcuni dettagli e richieste aggiuntive contenute nel piano. Tra queste:

-Sovranità israeliana in tutta Gerusalemme, compresa la Città Vecchia, con solo “rappresentanza simbolica palestinese” ;

-Se Israele accettasse l’accordo e i palestinesi lo rifiutassero, Israele avrebbe il sostegno degli Stati Uniti per iniziare ad annettere gli insediamenti unilateralmente;

-Hamas rinuncerà alle sue armi e i palestinesi riconosceranno Israele come uno stato ebraico con Gerusalemme come capitale;

-Nessun ruolo palestinese in alcun controllo di frontiera;

-Pieno controllo di sicurezza israeliano nella Valle del Giordano;

-L’accettazione di tutte le richieste di sicurezza israeliane;

-Possibile minor assorbimento dei rifugiati palestinesi in Israele; nessun risarcimento per i rifugiati.

Il piano non si occuperà solo di mere questioni di diritto internazionale ma è sotteso a un vasto progetto di investimenti a lungo termine. Si tratta di un progetto di investimenti da 50 miliardi di dollari che creerebbe un fondo di investimento globale per sollevare le economie dello stato arabo palestinese e aree limitrofe e finanziare un corridoio di trasporto da cinque miliardi di dollari per collegare la Cisgiordania occupata e Gaza. Kushner, genero e consigliere di Trump, ha immediatamente chiarito che non verrà menzionata la two states solution, lasciando intendere il diverso significato che questa opzione ha per Israeliani e Palestinesi, nonostante l’idea di una soluzione a due stati sia il fondamento dei colloqui del passato e sia sostenuta da molti paesi mediorientali come la Giordania.

Il perché dell’invito a Gantz?

Un aspetto singolare riguarderà l’agenda di Trump della prossima settimana. Da Washington gli inviti destinati a Tel Aviv sono stati ben due: invitato non solo il leader israeliano, ma anche il suo rivale politico Binyamin “Benny” Gantz. In questo modo la casa Bianca sta ponendo le basi per l’ultimo round di negoziati del governo di unità israeliana, che non è riuscito a dare i suoi frutti dopo le elezioni di aprile e settembre e ha quindi richiesto un’altra tornata elettorale a marzo prossimo. Nel presentare il suo piano di pace ora, Washington sta tentando di insinuarsi nelle vicende interne alla politica israeliana. L’idea centrale di questa strategia è quella secondo cui Netanyahu e Gantz saranno disposti ad abbassare i toni piuttosto che rischiare di dire no a quella che è considerata la Casa Bianca più pro-israeliana degli ultimi decenni. Vi è poi un elemento da non trascurare: negli Stati Uniti la comunità ebraica inveisce contro Netanyahu; il premier sarebbe colpevole di aver favorito un’alleanza spostata a destra in coalizione con frange politiche ultranazionaliste che si rifanno al rabbino Meir Kahane, a sua volta messo al bando dagli Stati Uniti assassinato nel 1990.

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