Russia e Bielorussia hanno recentemente siglato un patto per dare vita ad una confederazione che, nel tempo, potrebbe e dovrebbe portare i due paesi all’unificazione completa. I due paesi, che sono attualmente legati da un’unione, stanno discutendo da diversi anni della cosiddetta “incorporazione“, ossia la fusione di Minsk nella Federazione russa, e l’accordo dello scorso anno costituisce un passo significativo in tal senso.

Tuttavia, nel momento di procedere con l’implementazione dei termini stabiliti dal patto, il presidente bielorusso Aleksandr Lukashenko si è tirato indietro, inaugurando un braccio di ferro con lo storico alleato, ancora in corso. L’amministrazione Trump, che è interessata a ultimare l’opera di neo-contenimento post-sovietico significativamente approfondita nell’era Obama, sta sfruttando la crisi bilaterale nella speranza di facilitare la rottura.

La crisi in corso

Nella giornata di ieri, il segretario di Stato degli Stati Uniti, Mike Pompeo, ha avuto una lunga telefonata con l’omologo bielorusso, il ministro degli esteri Uladzimer Makey, durante la quale è stato reiterato il supporto di Washington “alla sovranità della Bielorussia” ed è stata riproposta l’offerta di “vendere immediatamente petrolio al paese, a prezzi competitivi”. È il secondo tentativo di Pompeo in poco più di un mese, dopo la storica visita a Minsk di inizio febbraio, e, anche se non dovesse andare in porto, ciò che conta è il messaggio mandato il Cremlino: dopo l’Ucraina, il nuovo obiettivo è la Bielorussia.

La tensione fra Russia e Bielorussia è aumentata negli ultimi mesi, dapprima per il temporeggiamento e i doppiogiochismi di Lukashenko nei riguardi del progetto di incorporazione e, in seguito, per una disputa sui prezzi energetici. Minsk, infatti, è totalmente dipendente da Mosca per le forniture di gas e petrolio, e nei mesi scorsi ha iniziato a chiedere una revisione del listino prezzi, minacciando di trovare fonti alternative di approvvigionamento. Infine, a gennaio, la Russia ha sospeso le forniture alla luce dell’impossibilità di raggiungere un compromesso.

La Casa Bianca ha sfruttato immediatamente il contenzioso, e la visita di Pompeo a Minsk potrebbe sicuramente aver contribuito a dilungare i negoziati con la controparte russa, che sono attualmente in stallo. Anche lo scorso mese, infatti, il segretario di Stato americano aveva proposto petrolio a prezzi competitivi e nella quantità desiderata, invitando il governo bielorusso a diversificare la propria rete di fornitori e ad appellarsi a Washington, “il più grande produttore energetico del mondo”.

Intanto, nell’attesa di decidere se accettare o meno le offerte allettanti di Washington, Minsk ha iniziato ad importare petrolio da altri acquirenti. Questo mese è previsto l’ingresso nel paese di 250mila tonnellate di petrolio azero, in parte via nave ed in parte via oleodotti.

L’importanza della Bielorussia

Oggi è Pompeo, ieri era John Bolton. Minsk riveste un’importanza centrale nell’agenda estera dell’amministrazione Trump sin dai primordi ed il motivo è piuttosto semplice: l’Ucraina, la culla storica della civiltà russa e del Russkiy Mir, è caduta, sottratta violentemente alla sfera d’influenza del Cremlino durante la sanguinosa insurrezione di massa ribattezzata Euromaidan, nell’ormai lontano 2014, e la Bielorussia è l’ultimo baluardo rimasto alla Russia nel Vecchio continente, insieme a Serbia e Moldavia.

L’anno scorso, fra fine agosto ed inizio settembre, l’allora consigliere per la sicurezza nazionale, John Bolton, era stato impegnato in un tour nell’Europa orientale, visitando Ucraina, Moldavia e Bielorussia. Il braccio di ferro fra Lukashenko e Putin non era ancora iniziato, ma non è assurdo pensare che sia stato proprio Bolton a gettare i semi della discordia. Minsk, infatti, era ed è preoccupata per l’espansione dell’Alleanza Atlantica lungo i propri confini, e Bolton era stato inviato anche per rassicurare le autorità bielorusse: lo scopo del rinnovato protagonismo della Nato non è Minsk, ma Mosca.

Nei mesi seguenti, quasi a simboleggiare l’avvenuta presa di coscienza da parte di Lukashenko, sono aumentati rapidamente e significativamente i rapporti con il vicinato baltico e con la Polonia, mentre sono stati congelati quelli con Mosca. Le azioni dell’ultimo dittatore d’Europa, come è spesso chiamato il presidente bielorusso, indicano che Minsk ritiene sia arrivato il momento di costruire un rapporto più equo e meno sbilanciato con Mosca, facendo leva sulla paura di quest’ultima di un avvicinamento all’orbita euroamericana, ma non che i tempi siano maturi per una rottura definitiva.

I due paesi, infatti, sono saldamente legati sotto ogni punto di vista: energia, commercio, investimenti, cultura, turismo, industria, scienza. La Bielorussia potrebbe indubbiamente sostituire il partenariato strategico con la Russia aprendosi al gigantesco mercato dell’Unione Europea e degli Stati Uniti, ma le perdite nel breve e medio termine sarebbero immense, darebbero luogo ad una recessione e, quindi, anche a delle proteste.

Lukashenko non vuole né staccarsi completamente da Mosca e né ridurre lo scarso consenso popolare di cui gode ricorrendo a strumenti repressivi, sta tentando di ritagliarsi spazi di manovra, una cosa ben diversa. La Russia, però, dovrà scegliere con cautela le mosse da fare nello scacchiere bielorusso, perché il leader è ormai anziano, presto si avvierà la lotta per la successione, e l’amministrazione Trump è intenzionata a realizzare gli ultimi sogni del defunto stratega Zbigniew Brzezinski di fare “scacco matto”, ossia di espellere definitivamente Mosca dal Vecchio Continente così da renderla un “impero asiatico”.

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