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Un recente documento ottenuto dal quotidiano israeliano Haaretz rivela i dettagli di un ambizioso piano per la gestione della Striscia di Gaza dopo il conflitto, attribuito all’ex primo ministro britannico Tony Blair. Il progetto, denominato Gaza International Transitional Authority (GITA), propone una struttura gerarchica multilayered, con diplomatici internazionali e uomini d’affari di alto profilo al vertice e i palestinesi relegati a ruoli operativi subordinati. Secondo Haaretz, che pubblica il documento per la prima volta nella sua interezza, Blair stesso sarebbe candidato a presiedere questa autorità in stretta collaborazione con l’Autorità Palestinese.

La struttura della GITA

Il piano prevede che la GITA operi sotto un mandato del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, con ampi poteri, inclusa la gestione della sicurezza e l’emanazione di leggi per la vita quotidiana dei residenti di Gaza. La struttura organizzativa è complessa: al vertice si trova un consiglio internazionale, composto da 7-10 membri, con una forte rappresentanza di figure musulmane per garantire “legittimità regionale e credibilità culturale”. Tra i nomi proposti per il consiglio figurano Sigrid Kaag, coordinatrice speciale dell’ONU per il processo di pace in Medio Oriente, Marc Rowan, CEO di Apollo Global Management, l’imprenditore egiziano Naguib Sawiris e Aryeh Lightstone, coinvolto nella controversa Gaza Humanitarian Foundation.

Sotto il consiglio, un Segretariato Esecutivo fungerà da fulcro amministrativo, mentre cinque commissari si occuperanno di settori chiave: affari umanitari, ricostruzione, legislazione, sicurezza e coordinamento con l’Autorità Palestinese. A livello operativo, un’Autorità Esecutiva Palestinese, descritta come “professionale e neutrale”, gestirà i servizi sul campo, ma senza autonomia decisionale, essendo subordinata alle direttive del consiglio internazionale, scrive Haaretz.

Sicurezza e stabilizzazione

Un aspetto centrale del piano è la gestione della sicurezza. La GITA avrà un’autorità suprema in materia, con un commissario dedicato alla supervisione. Saranno istituite tre agenzie di sicurezza: un’unità di protezione per i membri della GITA, composta da personale d’élite arabo e internazionale; una forza di polizia civile “non partigiana”; e una forza di stabilizzazione internazionale, responsabile della sicurezza dei confini, delle vie navali e delle operazioni contro il terrorismo.

Quest’ultima, in particolare, potrebbe entrare in conflitto con le posizioni del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che insiste sulla necessità che Israele mantenga il controllo della sicurezza a Gaza. Il documento prevede che nei primi anni la GITA operi principalmente da El-Arish (Egitto), Cairo e Amman, con una presenza fisica a Gaza solo a partire dal terzo anno.

Il piano stabilisce obiettivi da raggiungere in tre anni, senza però chiarire cosa accadrà successivamente. L’intento dichiarato è trasferire la gestione di Gaza all’Autorità Palestinese, ma senza una tempistica precisa. Il budget previsto per la GITA è di 90 milioni di dollari per il primo anno, 133,5 milioni per il secondo e 164 milioni per il terzo, esclusi i costi di ricostruzione e assistenza umanitaria.

Il contesto politico e il ruolo di Blair

Il coinvolgimento di Blair in questo piano si inserisce in un contesto più ampio, che vede l’ex primo ministro britannico uomo di fiducia del genero del presidente Usa, Jared Kushner. Come ha scritto su InsideOver Andrea Muratore, Quello tra Blair e Kushner è un filo rosso sottile che porta fino a Trump. Sia il Tbigc che Affinity Partner, la società di private equity del genero di Trump fondata nel 2021, hanno importanti affari nel Golfo, per consulenza (Blair) e investimenti (Kushner).

Secondo Haaretz, il piano gode del sostegno della Casa Bianca e non è stato escluso da Israele. Sarà – con ogni probabilità al centro dei colloqui odierni tra il presidente Usa e il premier israeliano Netanyahu atteso oggi a Washington.

La controversa eredità britannica

Ma c’è un’altra riflessione da fare. Affidare a Tony Blair – uno che il Medio Oriente lo ha destabilizzato, provocando milioni di morti, con la guerra in Iraq – la gestione della Striscia di Gaza post-guerra sarebbe paradossale, considerando il ruolo storico della Gran Bretagna nel conflitto israelo-palestinese. Durante la Prima Guerra Mondiale, gli inglesi, attraverso la Dichiarazione Balfour e la corrispondenza Husayn-McMahon, promisero la Palestina sia agli ebrei per un “focolare nazionale” sia agli arabi per un’indipendenza territoriale, creando aspettative contraddittorie che alimentarono il conflitto. La gestione britannica del Mandato di Palestina (1920-1948) aggravò ulteriormente le tensioni tra i due popoli. Coinvolgere un ex primo ministro britannico come Blair in un ruolo così delicato rischierebbe di evocare un’eredità controversa tanto controversa quanto problematica.

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