Le iniziative di intermediazione diplomatica del Cremlino e della Casa Bianca non hanno avuto successo; in entrambi i casi i cessate il fuoco sono stati violati nell’arco di poche ore e nel Nagorno Karabakh, la regione storicamente contesa tra Armenia e Azerbaigian, proseguono le ostilità. La situazione di stallo non ha avuto riflessi particolarmente demoralizzanti su Mosca, che non ha alcuna intenzione di assistere inerme alla propria espulsione definitiva da una regione strategica quale il Caucaso meridionale e, anzi, ha preparato in tempi record un nuovo piano per la stabilizzazione.

La necessità del compromesso

Il motivo alla base del fallimento dei tentativi di mediazione diplomatica di Sergej Lavrov e Mike Pompeo è da ricercarsi nell’assenza di vantaggi concreti offerti ai due belligeranti, in particolare all’Azerbaigian. Il prezioso supporto fornito da Ankara a Baku, sotto forma di combattenti, armamenti e consulenza militare, ha condotto quest’ultimo a condurre il conflitto da una posizione di vantaggio, ragion per cui accettare un armistizio equivarrebbe a sacrificare gratuitamente i risultati conseguiti sul campo.

L’Azerbaigian, che ambisce a ridurre l’influenza armena nel Nagorno Karabakh, e la Turchia, che mira a creare un corridoio panturco esteso dall’Anatolia fino all’Asia centrale postsovietica, non possono e non vogliono una tregua che, alla luce della situazione attuale, risulterebbe vantaggiosa soltanto per l’Armenia. La diplomazia russa ha cessato di sottovalutare l’influenza esercitata da Recep Tayyip Erdogan nel piccolo Paese caucasico, a lungo e a torto ritenuto essere ancora un feudo del Cremlino, e, perciò, ha elaborato una nuova proposta di pace.

Il piano di contingenza ha elevate probabilità di stabilizzare la regione contesa, e di spingere i belligeranti ad un effettivo e duraturo cessate il fuoco, perché poggia su una visione pragmatica della situazione, ossia è basato sul compromesso. I due punti-chiave della proposta, che è stata anticipata al pubblico alla vigilia di una riunione del Gruppo di Minsk del 30 ottobre, sono i seguenti: l’ingresso della Turchia nel processo negoziale e il trasferimento di sovranità di alcuni villaggi dalla repubblica non riconosciuta dell’Artsakh all’Azerbaigian.

Il presidente russo Vladimir Putin aveva lanciato un primo invito all’indirizzo di Erdogan nella giornata del 22. Putin, ammettendo che i due Paesi “sono in disaccordo nel conflitto del Nagorno Karabakh”, aveva spiegato quanto fosse impellente la necessità di “trovare compromessi” e di confidare nell’omologo turco, poiché “potrebbe apparire rigido, ma è un politico flessibile ed è un partner affidabile per la Russia”.

Mentre il primo punto ha come destinatario Erdogan, il secondo è indirizzato a Ilham Aliyev e riguarda “la possibilità di cedere cinque aree più due distretti all’Azerbaigian, accanto alla garanzia di un regime specifico per la zona del Karabakh e la messa in sicurezza di un collegamento con l’Armenia”. La rinuncia da parte armena a quei territori, però, potrà avvenire solo ad una precondizione tassativa: fine delle ostilità.

Cedere una parte per non cedere tutto

L’offerta in extremis di Putin, qualora venisse accettata da Ankara e Baku, consentirebbe a Yerevan di non perdere del tutto il controllo sul Nagorno Karabakh e, soprattutto, garantirebbe la continuazione dell’esistenza a quest’ultimo. Infatti, il prezioso supporto fornito dalla Turchia alle forze armate azere, sotto forma di combattenti, armamenti e consulenza militare, ha reso possibile all’Azerbaigian la riconquista di una serie di villaggi perduti all’epoca del primo conflitto, cui ha fatto seguito l’inizio di una pericolosa avanzata verso il corridoio di Lachin e Shusha.

Possedere il corridoio di Lachin equivale a controllare una rotta terrestre di fondamentale importanza e ad accedere, de facto, al più importante canale di comunicazione tra l’Armenia e il Nagorno Karabakh. La riconquista di Shusha è un altro imperativo strategico per Baku, perché dal suo controllo dipendono l’intera influenza e le possibilità di manovra nell’intera regione contesa.

La soluzione del Cremlino è il riflesso di un aumentato interesse per il destino di Yerevan, palesato dalla costruzione segreta e nottetempo di un mini-avamposto militare a protezione del corridoio di Lachin, ed è, inoltre, l’unica via percorribile in grado di evitare la caduta definitiva e integrale del Nagorno Karabakh sotto la sovranità azera.

Anche l’Azerbaigian otterrebbe dei vantaggi cospicui, ossia il riconoscimento parziale dello status quo venutosi a creare dal 27 settembre in poi. La vera vincitrice del conflitto, però, sarebbe la Turchia, la cui influenza nel Caucaso meridionale è destinata ad aumentare nel dopoguerra e, inoltre, la consapevolezza di aver battuto la Russia nel proprio terreno non potrà che alimentare ulteriori spinte di pressione antagonistica a suo detrimento nell’intero spazio post sovietico.

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