Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump aveva promesso di mettere fine al conflitto israelo-palestinese con un piano di pace innovativo e realistico. Alla fine del suo mandato, il tycoon ha finalmente svelato al mondo quello da lui stesso presentato come il Deal of the Century (l’Accordo del secolo), un testo di 80 pagine correlato da una carta geografica di una ipotetica Palestina priva di continuità territoriale e smilitarizzata.

Il piano prevede che Israele annetta la Valle del Giordano e gli insediamenti – illegali – costruiti nell’Area C della West Bank, la parte di territorio palestinese che in base agli Accordi di Oslo è già sotto controllo militare israeliano. Nella “Visione di pace” americana, inoltre, Gerusalemme sarà la capitale dello Stato ebraico, mentre quella della futura Palestina dovrà sorgere ad Abu Dis, nella periferia della Città Santa. Il piano è stato immediatamente rifiutato dall’Autorità Nazionale Palestinese e da Hamas, l’organizzazione che controlla la Striscia di Gaza dal 2007 e che secondo l’Accordo dovrebbe deporre le armi affinché la pace possa finalmente giungere nella regione.

Nei piani di Trump, l’exclave sarà collegata al resto della Palestina tramite un ponte o un tunnel che passi per il territorio israeliano. Nonostante l’entusiasmo del presidente Trump e la soddisfazione degli alleati israeliani, il progetto rischia di aggiungersi alla lunga lista di piani di pace falliti ancora prima di vedere la luce.

Le risorse

Nel documento presentato il 27 gennaio dal presidente Usa c’è una sezione intitolata “The Trump ecomomic plan” (Il piano economico di Trump). L’inquilino della Casa Bianca già nel 2019 aveva anticipato che uno dei punti di forza del proprio piano sarebbe stato lo sviluppo economico della Palestina grazie a 50 miliardi di dollari stanziati tanto dagli Usa quanto dagli altri Stati della regione. Lo Stato palestinese dovrebbe prima di tutto mettere a punto leggi anti-corruzione, adeguarsi alle attuali normative sul lavoro, aprirsi al mercato e stimolare il settore privato. C’è una questione però che il Piano non tratta con la dovuta accuratezza e che mina alla base qualsiasi prospettiva reale di sviluppo economico: la gestione delle risorse.

Il Piano si limita infatti a parlare delle risorse presenti nell’area come capaci di generare enormi introiti e di creare nuovi posti di lavoro, ma ogni riferimento alla disputa tra Israele e Anp in merito al loro sfruttamento è totalmente assente. La questione tra l’altro non riguarda solo israeliani e palestinesi, ma interessa anche altri Stati – tra cui l’Italia – che potrebbero avere accesso alle risorse della zona e investire in progetti che fino ad oggi non sono mai stati realizzati a causa dell’opposizione israeliana.

Il gas

Una delle prime questioni da risolvere riguarda la gestione e lo sfruttamento dei giacimenti di gas che si trovano al largo delle coste di Gaza: scoperti negli anni Novanta, sono tuttora contesi tra Hamas, Autorità Nazionale Palestinese e Israele. Di recente, l’Anp ha affidato a Israele il compito di estrarre e commercializzare il gas presente nel giacimento Gaza Marine per poter mettere fine a una impasse che dura ormai da 20 anni e che non ha permesso ai palestinesi di giovare dei proventi di questa risorsa energetica. Secondo le stime, il Marine Gaza contiene 32 miliardi di metri cubi di gas, per cui garantirebbe a Gaza e alla West Bank 15 anni di energia elettrica. Ad oggi, come detto, il giacimento non è stato ancora sfruttato nonostante l’interesse dimostrato da diverse compagnie internazionali e le proposte di investimento avanzate per esempio dalla Shell, ma Trump è certo di aver trovato la soluzione.

Fondamentale in questo scenario è l’apporto dell’Egitto, già importante partner di Israele nella gestione e commercializzazione del gas israeliano. Al Cairo spetterebbe il compito di dar vita a un hub regionale del gas che convogli le risorse di Israele e Palestina, e di creare un gasdotto che colleghi il Gaza Marine con le infrastrutture israeliane. Secondo questo progetto, però, lo sfruttamento delle risorse palestinesi finirebbe effettivamente nelle mani di Israele ed Egitto, lasciando ben poco spazio di manovra allo Stato palestinese. Tuttavia, tale questione non è affrontata dal Piano di pace, che sembra quindi dare per scontato il mantenimento dello status quo, con Israele come unico attore in grado di decidere come sfruttare le risorse energetiche dell’area.

L’acqua

Un ultimo punto riguarda l’acqua. Il Piano di pace parla ancora una volta di investimenti, creazione di infrastrutture per desalinizzazione e distribuzione delle risorse idriche, e chiede a entrambi gli Stati un uguale impegno nel raggiungere tali obiettivi. L’Accordo però non evidenzia un dato importante: la quasi totalità delle risorse idriche sono consegnate allo Stato ebraico. Secondo quanto previsto dal progetto americano, Israele assumerà il controllo di quella parte di fiume Giordano che si trova al momento nei territori palestinesi e dell’acquifero montano che taglia Israele e West Bank da nord a sud. Ancora una volta i palestinesi sarebbero alla mercé degli israeliani, non avendo alcun controllo effettivo sulle risorse idriche della regione.