Skip to content
Politica

Il piano di Marco Rubio per silenziare i Pro-Pal

Quando il nuovo Segretario di Stato Marco Rubio ha annunciato una vasta ristrutturazione del Dipartimento di Stato, il bersaglio non era difficile da individuare: gli ultimi spazi interni in cui la politica estera statunitense poteva essere messa in discussione, in particolare quella...

Quando il nuovo Segretario di Stato Marco Rubio ha annunciato una vasta ristrutturazione del Dipartimento di Stato, il bersaglio non era difficile da individuare: gli ultimi spazi interni in cui la politica estera statunitense poteva essere messa in discussione, in particolare quella che tocca Israele. Come riportato dal sito investigativo The Intercept, Rubio ha deciso di colpire il Bureau of Democracy, Human Rights, and Labor, ossia l’ufficio incaricato di redigere i rapporti annuali sui diritti umani e di applicare la “Leahy Law”, una normativa vecchia di quasi trent’anni che vieta il sostegno a unità militari straniere responsabili di gravi violazioni dei diritti umani.

“Covo di attivisti di sinistra” che avrebbe trasformato “l’odio per Israele in politiche concrete come gli embarghi sulle armi”: così è stato definito da Rubio il Bureau. L’accusa suona paradossale, considerando che sotto l’amministrazione di Joe Biden — e anche prima — i tentativi di limitare il supporto militare a Israele sono stati sistematicamente repressi (cosa che riconosce anche la stessa classe politica israeliana, ormai). Come ricordato dall’ex funzionario del Dipartimento, Charles Blaha, a The Intercept, «il Dipartimento è pro-Israele al punto da chiudere gli occhi di fronte a gravi violazioni dei diritti umani».

Una tradizione di impunità

Il Bureau, pur criticando Israele in diversi rapporti ufficiali — come quello che documentava “uccisioni arbitrarie o illegali”, “sparizioni forzate” e “torture” — è sempre stato marginale nei processi decisionali. Emblematico proprio il caso della guerra a Gaza, scoppiata dopo gli attacchi di Hamas il 7 ottobre 2023: nonostante proteste interne e il clamoroso abbandono di figure come Josh Paul, il Dipartimento di Stato ha continuato a inviare a Israele le famigerate bombe da oltre una tonnellata, strumenti per devastare tunnel sotterranei in aree densamente popolate.

Il minimo accenno a una sospensione temporanea delle forniture — operato per placare l’ala più di sinistra del Partito Democratico in vista delle elezioni 2024 — da parte di Biden aveva suscitato una reazione furibonda da parte dei Repubblicani, che hanno parlato di antisemitismo istituzionalizzato tra i Dem. Un’esagerazione, ovviamente, ma avallata dalle ambiguità di Biden e utile a preparare il terreno per l’intervento repressivo di Rubio.

La nuova architettura della censura

La ristrutturazione non si limita a un semplice cambio di nome – il Bureau diventerà il Bureau of Democracy, Human Rights, and Religious Freedom, eliminando la parola labor (lavoro) – ma prevede l’accorpamento dell’ente sotto un nuovo “coordinamento per l’assistenza umanitaria”, marginalizzandone ulteriormente il peso politico. È evidente che si vuole disinnescare ogni rottura di scatole.

In effetti, il Bureau era uno dei pochissimi canali attraverso cui organizzazioni come Amnesty International o Human Rights Watch potevano comunicare con il Dipartimento di Stato. Con la sua marginalizzazione, anche questa esile linea di contatto viene drasticamente indebolita.

Il destino della legge Leahy

Particolarmente preoccupante è il destino della “Leahy Law”, che vieta il sostegno a unità militari straniere responsabili di gravi abusi. Formalmente la legge esiste dal 1997, ma nella pratica è stata applicata in modo selettivo e, soprattutto, mai contro Israele. Anche quando, nel 2024, una speciale commissione interna raccomandò di interrompere gli aiuti a unità israeliane coinvolte in violenze documentate, il Segretario Antony Blinken ignorò l’invito, temendo ripercussioni politiche. 

Il futuro di questo regolamento preposto al rispetto dei diritti umani tra gli eserciti alleati è oggi nebuloso: gli artefici della legge, che prende il nome da un deputato Democratico, Patrick Leahy, che la ideò, dicono che il Dipartimento di Stato è obbligato a farla rispettare, indipendentemente dalle riorganizzazioni interne, ma con Trump questo tipo di responsabilità è quantomai teorica.

La militarizzazione della politica estera americana

Il tentativo di smantellare ogni residuo spazio critico di Israele conferma l’alleanza ideologica tra il Trump 2.0 e i segmenti della diaspora ebraica più reazionari e violenti. Il sostegno a Netanyahu, la repressione del dissenso nei campus, anche davanti a evidenze di crimini di guerra, si fonde con un’agenda repubblicana che include la criminalizzazione della dissidenza interna e il rafforzamento dei rapporti con governi illiberali in Europa e America Latina.

Che tutto questo potrà rendere sempre meno credibili le dichiarazioni statunitensi sui diritti umani, dato che persino i rapporti interni saranno censurati o diluiti, è un problema che non sembra togliere il sonno alla Casa Bianca, che non ha mai riconosciuto il vecchio ordine liberale come legittimo. 

Insomma, il progetto di Rubio non riguarda solo Israele: riguarda la ridefinizione stessa di cosa significa “politica estera americana” nel XXI secolo. Una politica in cui i diritti umani vengono subordinati alla fedeltà geopolitica, e ogni voce critica viene spenta nel silenzio delle riorganizzazioni burocratiche.

Abbonati e diventa uno di noi

Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

Lascia un commento

Non sei abbonato o il tuo abbonamento non permette di utilizzare i commenti. Vai alla pagina degli abbonamenti per scegliere quello più adatto

Perché abbonarsi

Sostieni il giornalismo indipendente

Questo giornale rimarrò libero e accessibile a tutti. Abbonandoti lo sostieni.