Dal 2014 vi è una una nuova ricorrenza festiva nel calendario russo, che cade regolarmente ogni 18 marzo: è la Giornata della Riunificazione della Crimea con la Russia (День воссоединения Крыма с Россией). Le prospettive di un ritorno della penisola sotto la sovranità ucraina sono più che basse, sono irrealistiche, poiché implicherebbero un’azione manu militari, e si assottigliano con il passare del tempo – quest’anno si è svolto il sesto anniversario dell’annessione.

L’amministrazione Trump non ha mostrato un interesse particolare alla questione ucraina, almeno dal punto di vista dei propositi di recupero della Crimea, ma l’entrata in scena di Joe Biden e di Antony Blinken potrebbe cambiare radicalmente la situazione, trattandosi del duo che ha gestito da remoto l’operazione Euromaidan e che ha formulato il successivo regime sanzionatorio antirusso.

La presidenza Zelensky, consapevole delle opportunità offerte dal ritorno del Partito Democratico alla Casa Bianca, sta accelerando la finalizzazione di una piattaforma diplomatica per la “de-occupazione della Crimea” che inizierà ufficialmente i lavori nel 2021.

Un novembre teso

La comunità euroatlantica sta aumentando progressivamente la pressione sulla Russia e i suoi alleati a causa della questione crimeana. Il mese di novembre è stato costellato di eventi importanti ed indicativi della sensibilità che continua a possedere e a caratterizzare il tema dell’annessione.

Il 9 è stato comunicato dall’agenzia di stampa russa TASS che il Nicaragua, alleato di lunga data del Cremlino, avrebbe aperto prossimamente un consolato onorario in Crimea. L’azione, se concretizzata, creerebbe un precedente storico: Managua, infatti, diventerebbe il primo ed unico Paese a riconoscere ufficialmente lo status quo nella penisola, aprendovi una sede diplomatica. La notizia è stata accolta freddamente in Ucraina, che ha risposto in maniera rapida, netta e pesante: avvio dei lavori per introdurre un regime sanzionatorio nei confronti del Paese mesoamericano.

Il 18 è stata approvata una risoluzione non vincolante da parte del Terzo Comitato dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, sponsorizzata da Kiev e denunciante la presunta esistenza di violazioni dei diritti umani nella penisola, in modo particolare delle minoranze etniche, come i tatari, e religiose, come musulmani e Testimoni di Geova.

Il giorno successivo, sulla scia della risoluzione, la rappresentanza degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite ha diramato un comunicato nel quale si invitava la Russia “a terminare immediatamente i suoi abusi nella Crimea occupata, a liberare tutti gli ucraini ingiustamente incarcerati per opposizione pacifica e a trasferire il pieno controllo della penisola all’Ucraina”.

Questi eventi sono accaduti sullo sfondo di una campagna lobbistica di dimensioni internazionali da parte di Kiev per promuovere un’iniziativa diplomatica mirante a ottenere il “ritorno” della penisola, la piattaforma crimeana. L’argomento è stato oggetto di discussione durante l’edizione annuale del Forum per il dialogo di Fort Ross, apertosi il primo dicembre. Il vice-primo ministro degli Esteri russo, Sergei Ryabkov, rispondendo alla richiesta statunitense di “parlare della questione crimeana”, ha spiegato che “non c’è nulla da discutere, non è neanche un problema, tutto è stato risolto molto tempo fa”.

La piattaforma crimeana, che cos’è

La piattaforma crimeana sarà l’espressione principale della strategia ucraina per la de-occupazione della Crimea, ovvero il suo ritorno sotto la sovranità di Kiev, e assumerà la forma di un gruppo di lavoro diplomatico a composizione internazionale agente su quattro livelli. Il primo vedrà la partecipazione diretta dei capi di Stato dei Paesi membri dell’iniziativa, il secondo sarà formato dai titolari di Esteri e Difesa, il terzo agirà a livello interparlamentare e il quarto sarà dedicato ad esperti nella formulazione di strategie e campagne di sensibilizzazione.

A partire dal 23 settembre, giorno in cui l’iniziativa è stata presentata ufficialmente alle Nazioni Unite da Volodymyr Zelensky, il governo ucraino ha messo in moto una gigantesca campagna di pressione su scala internazionale, aprendo dei canali di dialogo sia a livello multilaterale, ossia con organizzazioni come l’Unione Europea, che a livello bilaterale, ossia con i singoli Paesi.

Nell’attesa che venga formalizzata la lista dei partecipanti alla piattaforma crimeana, la presidenza ha già fissato una data per l’inizio ufficiale dei lavori: 21 maggio 2021. Quel giorno a Kiev – pandemia permettendo – dovrebbe riunirsi il primo vertice dell’organizzazione, durante il quale si concorderà un programma di partenza, che, probabilmente, auspicherà un’espansione delle sanzioni economiche contro Mosca e un maggiore attivismo delle organizzazioni internazionali e delle organizzazioni nongovernative all’interno della penisola.

Il ruolo che giocheranno organizzazioni internazionali e nongovernative nella questione crimeana è prevedibile: fungere da casse di risonanza per denunciare la presunta persecuzione che starebbe subendo la minoranza tatara. Dmytro Kuleba, l’attuale capo della diplomazia ucraina, ha lasciato presagire un simile scenario lo scorso 5 novembre, quando, durante una video-conferenza incentrata sulla piattaforma, ha bollato come propaganda la campagna del Fsb contro l’organizzazione terroristica Hizb ut-Tahrir.

La mente dell’iniziativa

Che la questione tatara sia destinata a giocare un ruolo-chiave nell’agenda della piattaforma crimeana è suggerito sia dalle dichiarazioni di Kuleba che da un altro fatto, molto più rilevante: l’eminenza grigia che ha pensato e scritto l’iniziativa è Emine Dzheppar, l’attuale vice-primo ministro degli Esteri.

La Dzheppar è una politica ucraina di origini tatare, colei che sta guidando la campagna lobbistica a favore della piattaforma a livello europeo ed internazionale, ed è la mente della “svolta tatara” della presidenza Zelensky, ovvero della linea politica che ha condotto alla formazione di un asse di ferro con la Turchia e che, nel complesso, sta lentamente legittimando la riscrittura dell’identità nazionale dell’Ucraina, la cui derussificazione è funzionale e propedeutica all’entrata nel mondo turcico.

L’agenda della Dzheppar ha attratto l’attenzione del Cremlino, anche perché la donna ha dimostrato di esercitare un astro tremendamente influente sulla presidenza. In un approfondimento di The International Affairs dedicato alla piattaforma crimeana, la diplomatica viene definita “la rappresentante de facto del Mejlis [ndr. dei tatari] e, forse, una creazione della lobby turca”.

Il vero obiettivo

De-occupare la Crimea, ossia tornare allo status quo ante-2014, non è realisticamente possibile – una visione condivisa anche da Mike Pompeo – e, inoltre, il divieto di cedere territori appartenenti alla Federazione russa è stato sanzionato dal recente referendum costituzionale. La stessa presidenza Zelensky è a conoscenza della situazione e sta giocando la carta del nazionalismo per due ragioni: consenso interno e legittimazione internazionale.

Creare una piattaforma ad hoc avente l’obiettivo di mantenere in vita la questione crimeana equivale a peggiorare ulteriormente la qualità delle relazioni tra Ue e Russia, allontanando di conseguenza le prospettive di una normalizzazione, e a consolidare la posizione della lobby ucraina nel Vecchio Continente.

In breve, l’iniziativa nasce nella piena consapevolezza di perseguire un obiettivo irrealistico perché ha un secondo fine: accelerare l’inglobamento di Kiev nel blocco occidentale, il cui ritmo dipende dallo stato dei rapporti tra Bruxelles e Mosca. L’ipotesi è corroborata da un fatto: la presidenza Zelensky sta aprendo dei canali di comunicazione preferenziali con tutti Paesi avversi all’idea di porre fine alla nuova guerra fredda, una scelta molto intelligente e che servirà lo scopo di aumentare la profondità della frattura tra l’Europa occidentale e quella orientale.

L’elenco ufficiale dei partecipanti è in fase di completamento, anche perché le trattative sono in pieno corso, ma alcuni Paesi hanno già espresso interesse nel presenziare al vertice di Kiev del prossimo maggio: Turchia, Polonia, Lituania ed Estonia. Consultazioni sono state avviate e inviti formali sono stati inoltrati anche al Canada, alla Francia, a Cipro, al Montenegro e al Belgio.