Il 16 marzo 2014, all’indomani della rivoluzione colorata che ha riscritto per sempre il volto dell’Ucraina, gli abitanti della penisola crimeana si recavano alle urne per decidere il loro destino in un referendum sull’autodeterminazione che, registrando il 97% di voti favorevoli, ne ha poi consacrato il passaggio di proprietà da Kiev a Mosca.

Sono passati sei anni da quell’annessione che alla Russia è costata l’implementazione di un duro regime sanzionatorio da parte dell’Occidente, e gli accadimenti che hanno periodicamente luogo nella penisola sono la prova del fatto che il Cremlino non è ancora riuscito ad estendere e a far rispettare pienamente ed ovunque la propria autorità. Infatti, i tatari, un popolo turcico che compone fra il 7% ed il 15% della popolazione crimeana, si sono trasformati nel primo e principale gruppo di resistenza ed opposizione al governo centrale ed altre minacce allo status quo stanno comparendo.

La nuova legge sulla sicurezza

Fra il 25 giugno ed il 1 giugno si è tenuta la prova più dura di Vladimir Putin: la messa di una nuova costituzione al vaglio del popolo. L’evento, considerabile più un plebiscito che un referendum, si è concluso positivamente per il Cremlino, avendo ottenuto il 78,5% delle preferenze. Fra gli emendamenti che sono stati votati (ed approvati) uno è particolarmente degno di nota: il divieto di cedere territori.

Mai come oggi la Russia è minacciata dallo spettro del separatismo su base etno-religiosa, presente dal Caucaso all’Estremo oriente ed alimentato da vecchi e nuovi giocatori, come la Turchia, e quel nuovo articolo costituzionale si rivelerà indubbiamente utile alle autorità centrali in quanto funzionale ad impedire tendenze disgregatrici di memoria sovietica.

La Crimea è una di quelle regioni in cui lo scenario di una secessione non è particolarmente remoto né irrealistico, perciò all’indomani del referendum sono iniziati i lavori presso l’Assemblea federale della Federazione russa per introdurre una nuova legislazione volta a facilitare le operazioni antiterroristiche e di sicurezza nella penisola.

Il testo è stato presentato l’8 luglio da un gruppo di parlamentari di Russia Unita e il 14 ha ricevuto una prima approvazione da parte della Duma, la camera bassa. L’obiettivo è di trasporre in legge l’articolo costituzionale sul divieto di cessione dei territori e prevede, fra le altre cose, l’introduzione di pene dai 6 ai 10 anni di carcere per chiunque istighi “alla violazione dell’integrità territoriale della Russia” e allargherebbe i crimini perseguibili come parte della categoria del già vasto e variegato reato di estremismo.

Il reato di estremismo ha una valenza ed un utilizzo diversi in Russia rispetto all’Occidente e viene associato a tutto ciò che è ritenuto una minaccia per l’ordine sociale e la sicurezza nazionale: dal terrorismo islamista al presunto settarismo dei nuovi movimenti religiosi.

Secondo Andrei Klishas, uno degli autori della proposta, la nuova legislazione potrebbe e dovrebbe essere approvata definitivamente entro fine mese. Quando, e se, riceverà semaforo verde, il pacchetto di leggi avrà valore nazionale ma è emblematico che nelle fasi di discussione si sia parlato soprattutto di Crimea. Infatti, il potenziamento delle pene previste e l’aumento dei poteri alle autorità nell’ambito della lotta all’estremismo avvengono sullo sfondo di nuove operazioni antiterroristiche nella penisola e delle dichiarazioni del ministro degli esteri ucraino, Dmytro Kuleba, riguardanti “l’inevitabilità della de-occupazione russa della Crimea”.

La stretta sulle sette

L’8 luglio, le indagini dei servizi segreti russi (FSB) hanno portato allo svolgimento di una maxi-operazione antiterroristica nella penisola crimeana. Centinaia di abitazioni sono state perquisite, sei persone sono state prese in custodia cautelare ed un fuggitivo è stato catturato. Gli arrestati sono membri di un gruppo islamista noto come Hizb ut-Tahrir (HT), che in alcuni paesi opera legalmente e liberamente mentre in altri (fra cui la Russia) è fuorilegge. Secondo gli investigatori “stavano segretamente diffondendo idee terroristiche fra i crimeani e reclutando musulmani”.

L’11 marzo, per le stesse accuse, erano stati arrestati quattro tatari; e nel corso del 2019 sono stati eseguiti più di 30 arresti.

Mentre uno degli obiettivi statutari dell’agenda globale di HT è la costruzione di un califfato mondiale, in Russia ha ambizioni molto più ristrette ed è specializzato nel proselitismo e nell’arruolamento di giovani islamici che vengono poi trasformati in soldati per conto dell’organizzazione o inviati ad altre entità che hanno bisogno di nuove reclute e martiri. Per queste ragioni, il gruppo è stato inserito da Mosca nell’elenco delle organizzazioni terroristiche nel lontano 2003.

In Ucraina, invece, HT non è oggetto di alcuna limitazione e ha operato liberamente soprattutto in Crimea, fra i tatari, fino alla vigilia del referendum del 2014. Da quella data in avanti, il Fsb ha aperto una sezione operativa nella penisola e ha iniziato a mappare l’intera struttura dell’organizzazione, schedando e arrestando i suoi membri, scoprendo i suoi legami con l’internazionale jihadista e la fuga nel Siraq di almeno 30 tatari radicalizzati – arruolatisi nello Stato Islamico o in gruppi vicini ad Al Qaeda.

La situazione è ulteriormente complicata dalle attenzioni della Turchia verso la penisola, coerentemente con l’agenda neo-ottomana e panturca di Recep Tayyip Erdogan, che sta facendo leva sulla questione tatara con il duplice obiettivo di creare un partenariato strategico con l’Ucraina e di promuovere la sua immagine presso questa minoranza turcica.

Questione tatara a parte, recentemente si è assistito all’apertura di un nuovo fronte contro un altro gruppo che in Russia è finito nel mirino degli investigatori per via del suo presunto coinvolgimento in attività anti-nazionali: i Testimoni di Geova. Il 4 giugno, la corte suprema di Crimea ha condannato un membro del gruppo a sei anni di detenzione in una colonia penale per estremismo; una pena molto severa che può essere interpretata come un messaggio, un ammonimento. Si è trattato del secondo testimone di Geova ad essere condannato nella penisola, ma altri potrebbero presto seguire se si scoprisse l’esistenza di una ramificazione esiziale ai livelli di HT.

Mentre HT rappresenta una minaccia ristretta alla realtà tataro-islamica, il proselitismo dei testimoni di Geova non conosce barriere etniche. Il gruppo è approdato negli anni recenti in Russia, concentrando le proprie attività nelle repubbliche più fragili della federazione, come gli -stan del Caucaso settentrionale, e alimentando le animosità inter-etniche per fini antigovernativi. Questa la versione di Mosca.

La sentenza della corte suprema dell’aprile 2017 ha dichiarato fuorilegge il Centro, la casa madre del gruppo, e le cellule ad esso legate, ma non ha bandito la confessione in sé, come si crede erroneamente. Quindi, partecipare alle funzioni religiose o essere un testimone di Geova non sono cause automatiche d’arresto; ciò che la sentenza ha dichiarato illegali sono le attività del Centro, perché provate essere intrinsecamente politiche (antigovernative) ed estremiste (anti-ortodosse e anti-russe), quindi un pericolo per il fragile equilibrio multinazionale e multireligioso su cui si regge il paese perché miranti a creare divisione fra etnie e religioni e all’indottrinamento della società civile. Una posizione, quella russa, che ha però trovato una dura condanna da parte della comunità internazionale.

Non è remota la possibilità che il Centro, negli ultimi anni, fosse divenuto (o fosse sempre stato) la longa manus di potenze rivali, come Stati Uniti ed Unione europea, anche alla luce dei finanziamenti ricevuti dall’estero e dell’agenda perseguita, sostanzialmente focalizzata sul proselitismo verso minoranze etniche del Caucaso settentrionale con trascorsi turbolenti con Mosca, magari con l’obiettivo di lungo termine di creare degli scenari in stile Cecenia.

Il fatto che il Centro abbia traslocato silenziosamente nella piccola e vulnerabile Crimea per condurre le stesse operazioni antinazionali e il dibattito che sta avendo luogo a Mosca su come rafforzare il controllo del governo centrale sulle regioni a rischio sono una conferma ulteriore di questa ipotesi. Il futuro della Russia si sta giocando in questi giorni in luoghi inaspettati e sta coinvolgendo attori insospettabili.

Nel campo comunista di Goli Otok
SOSTIENI IL REPORTAGE