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Continua l’espansione di Saudi Aramco verso la Cina. La compagnia nazionale di idrocarburi dell’Arabia Saudita ha firmato un protocollo d’intesa con la Zhejiang Free Trade Zone con l’obiettivo di espandere i suoi investimenti oltre Muraglia. E magari da qui rafforzarsi ulteriormente nel resto dell’Asia. Lo scorso febbraio, infatti, Aramco aveva acquistato una quota del 9% di un impianto di raffinazione da 800.000 barili di petrolio al giorno costruito da Zhejiang Petrochemical, di proprietà della società privata Zhejiang Rongsheng Holding Group. L’affare prevede una fornitura a lungo termine di petrolio greggio e la possibilità di usare la struttura di stoccaggio di Zhejiang Petrochemical per servire i clienti di Aramco in Asia. Ma l’accordo permetterà alle parti di valutare opportunità di investimento saudite nella zona di libero scambio cinese in alcuni settori strategici: raffinazione, produzione petrolchimica, stoccaggio petrolifero, vendita al dettaglio e commercio di petrolio e gas naturali.

Il piano di Aramco

L’Arabia Saudita ha intenzione di coccolare la Cina con la sua arma migliore: il petrolio. Usando il greggio, Riyad cerca di sostituire i rapporti diplomatici, troppo fluttuanti, con i più stabili e duraturi rapporti commerciali. Pechino non oppone alcuna resistenza perché stringere affari è il pane quotidiano del governo cinese. Aramco, tra l’altro, è un vero e proprio colosso, e averlo dalla propria parte non può che essere un vantaggio. La compagnia saudita ha una produzione che supera i 10 milioni di barili al giorno, è posseduta al 100% dal governo dell’Arabia Saudita e, secondo alcuni dati, sarebbe la società più profittevole al mondo con un utile netto incamerato nei primi sei mesi del 2017 pari a 33,8 miliardi di dollari. Aramco sta attraversando settimane di rivoluzione interna. Yasser al Ramian è diventato il nuovo presidente della compagnia, nominato lo scorso 3 settembre dal re saudita Salman. Ramian ha subito dichiarando di voler lavorare “con i vari ministeri locali e organismi internazionali competenti per preparare l’offerta pubblica della società e ottenere i risultati di Vision 2030”. Quest’ultimo è il progetto presentato da bin Salman per sviluppare e differenziare l’economia dell’Arabia Saudita, e rendere così il paese una potenza a livello globale.

La strategia della Cina

La Cina ha fatto i suoi conti prima di aprire le sue porte ad Aramco. Pechino ha ben presente i venti di tensione che stanno soffiando nel Golfo Persico, e sa anche che l’Iran è sommerso da sanzioni economiche che gli impediscono di esportare petrolio liberamente. C’è poi il rischio – remoto ma pur sempre plausibile – che Trump possa da un momento all’altro dichiarare guerra a Teheran, che negli anni passati è stato uno dei più importanti fornitori cinesi di greggio. Per evitare catastrofi economiche, la Cina si è avvantaggiata rafforzando i propri rapporti diplomatici con l’Arabia Saudita, teoricamente uno dei principali alleati degli Stati Uniti in Medio Oriente. La visione di bin Salman è tuttavia più orientata agli affari che non all’ideologia politica, e il Dragone cinese rappresenta un partner troppo ghiotto per essere sacrificato in nome della vecchia amicizia con Washington. La Cina è poi un hub perfetto da cui espandere i propri tentacoli nel resto dell’Asia, dove c’è una discreta fame di petrolio.

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