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I disordini post-elettorali continuano a dilaniare la Bielorussia e sono diventati una questione di dominio internazionale e di estremo interesse per l’Occidente. L’Unione Europea è pronta ad introdurre un pacchetto di sanzioni per via del modo in cui Aleksandr Lukashenko sta gestendo le proteste, e si discuterà dell’argomento in una video-conferenza tra i ministri degli esteri dei 27 programmata per il 14 agosto, e anche l’amministrazione Trump starebbe valutando l’adozione di simili misure.

I Paesi Baltici e la Polonia hanno assunto l’iniziativa in sede europea sin dall’inizio degli scontri, sono le menti dietro il video-incontro del 14 ed è in Lituania che ha trovato rifugio Svetlana Tikhanovskaya, e l’ultima azione in ordine di tempo è l’elaborazione di un piano per la de-escalation dalla cui accettazione o meno dipenderà l’introduzione delle sanzioni europee contro Minsk.

In che cosa consiste il piano

Il piano d’azione è stato presentato il 12 agosto ad una conferenza stampa dal presidente della Lituania, Gitanas Nauseda, e prevede una de-escalation graduale, divisa in tre tappe. La vera peculiarità del piano è che è stato sviluppato in maniera congiunta da Lituania, Lettonia e Polonia; un fatto che segnala il ruolo da protagonista che sta giocando l’asse Varsavia-Vilnius, al quale il blocco occidentale sembra aver delegato il dossier Lukashenko nella consapevolezza che il contenimento ad Est della Russia passa per i piani egemonici di questi due Paesi nella regione.

La prima fase prevede la fine dell’utilizzo della forza da parte delle autorità nel contenimento delle proteste. La seconda fase è la liberazione di tutti coloro che sono stati arrestati dal 9 agosto ad oggi, ovvero più di 6mila persone, fra le quali diversi cittadini ucraini accusati di aver preso parte agli scontri dopo aver sconfinato illegalmente nel Paese.

La terza ed ultima tappa è l’avvio di un dialogo fra il governo e i rappresentanti della società civile all’interno di una piattaforma di discussione e mediazione, che i proponenti hanno ribattezzato il “Consiglio Nazionale”. Si tratterebbe di un organismo “includente i rappresentanti del governo e della comunità civile” e avente “l’obiettivo di cercare modi per risolvere la crisi”.

Se Lukashenko decidesse di accettare il piano, Polonia, Lituania e Lettonia invierebbero degli specialisti a Minsk in qualità di mediatori tra le parti all’interno del Consiglio Nazionale, nell’aspettativa di aumentare sensibilmente le possibilità che venga raggiunto un compromesso capace di porre fine allo stallo e alle violenze.

Secondo Nauseda, adesso che il piano è stato reso pubblico, Lukashenko è a un bivio: l’accettazione del piano equivarrebbe ad incrementare le probabilità di pacificare il Paese, mentre il suo rigetto potrebbe determinare l’introduzione di sanzioni da parte dell’Unione Europea, esacerbando la tensione tanto a livello interno che a livello internazionale.

Le ragioni dell’interesse dell’asse Varsavia-Vilnius

All’indomani della prima serata di scontri, Lukashenko è apparso in pubblico, invitando l’opposizione ad avviare un dialogo costruttivo per il benessere nazionale e reiterando la convinzione che dietro l’insurrezione vi sia una mano straniera.

Secondo quanto denunciato dal presidente, a cavallo fra il 9 e il 10 agosto, le guardie di frontiera avrebbero impedito dei tentativi di superamento illegale del confine da parte di cittadini polacchi, russi e ucraini, intenzionati a “fare una Maidan” in Bielorussia, mentre i servizi segreti avrebbero intercettato comunicazioni tra i manifestanti e l’estero, in particolare da Gran Bretagna, Polonia e Repubblica Ceca.

Inoltre, la stessa notte, nei punti caldi di Minsk sarebbe stata accertata la presenza di molti professionisti del disordine provenienti da Russia e Ucraina, i quali avrebbero svolto due mansioni in particolare: combattere contro la polizia e tentare di trascinare la capitale nel caos per mezzo di azioni di alto livello, come l’appiccamento di incendi nelle aree centrali. Nei giorni successivi è stata poi effettivamente confermata la notizia dell’arresto di diversi cittadini ucraini, accusati di aver preso parte ai disordini, dei quali Volodymyr Zelensky chiede la liberazione.

L’insieme di questi eventi sembra corroborare le denunce di Lukashenko di una regia europea dell’insurrezione. L’Unione Europea ha iniziato a minacciare il governo di Minsk di introdurre sanzioni per via dei brogli e del modo in cui stanno avvenendo affrontati i disordini, mentre Polonia e Lituania stanno fornendo supporto concreto all’opposizione.

L’esecutivo polacco ha assunto e guidato l’iniziativa politica in sede comunitaria, smuovendo gli organi europei e i ministri degli esteri dei 27, e le principali città del Paese hanno iniziato a tingersi simbolicamente dei colori dell’antica bandiera bielorussa, quella sventolata dai manifestanti antigovernativi; mentre in Lituania ha trovato rifugio la Tikhanovskaya, fuggita da Minsk dopo la seconda serata di scontri.

Se esistesse un piano per un cambio di regime in Bielorussia, Polonia e Lituania sarebbero gli strumenti ideali ai quali delegare le operazioni e l’esercizio del potere sul futuro protettorato euroamericano. Poiché Minsk non dispone di grandi risorse naturali ed un’eventuale rottura da Mosca darebbe vita ad un’inevitabile recessione per via del rapporto di simbiotica interdipendenza, Varsavia e Vilnius potrebbero offrire l’apertura dei propri mercati del lavoro ai cittadini bielorussi in fuga, proporre l’estensione della loro rete energetica in divenire dal Baltico all’entroterra bielorusso e, inoltre, potrebbero approfittare del nuovo clima d’investimento per amalgamare le tre economie.

Quest’ultimo punto è estremamente rilevante, perché da diversi anni le classi dirigenti di Varsavia e Vilnius stanno portando avanti un’agenda comune tesa alla costruzione di un blocco geopolitico, culturale ed economico intra-europeo, esteso dal Mar Baltico al Mar Nero, iconicamente rappresentato dall’E40. Mentre la Polonia sta concentrando gli sforzi sulla sponda meridionale, rappresentata dall’alleanza Visegrad e dall’Ucraina, la Lituania sta invece guidando la fusione dell’area baltica; l’unico ostacolo alla realizzazione del progetto, una confederazione polacco-lituana 2.0, è proprio la Bielorussia.

È soltanto avendo il quadro completo della situazione e degli interessi in gioco che si può comprendere il protagonismo di questi giorni dell’asse Polonia-Baltici; la realizzazione del corridoio regionale dal Baltico al Mar Nero passa inevitabilmente da Minsk.

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