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La silenziosa ramificazione della Cina in Africa, soprattutto nelle aree di tradizionale influenza franco-britannica, e il recente ritorno in scena della Russia, che è particolarmente marcato nei paesi lusofoni, hanno contribuito ad evidenziare la fragilità e la permeabilità dell’egemonia occidentale sul continente. Voglia di emancipazione postcoloniale, vuoti di potere e bisogni legati all’energia e alla sicurezza sono stati sapientemente sfruttati da Russia e Cina per penetrare nella maggior parte dell’Africa, soprattutto a detrimento dell’Eliseo.

L’espansione russo-cinese è stata possibile anche per via dello scarso interesse degli Stati Uniti verso il continente, considerato ingestibile per qualunque potenza alla luce dell’elevata conflittualità che lo caratterizza, ma l’amministrazione Trump sta spianando la strada per un’inversione di tendenza destinata a rendere la nuova corsa all’Africa più imprevedibile e competitiva.

Il binomio impossibile: meno soldati, più influenza

Gli attacchi antiamericani condotti in Kenya, a inizio gennaio, dal noto gruppo terroristico islamista somalo al-Shabab, hanno spinto l’apparato della difesa di Washington a considerare un ridimensionamento della presenza militare nel continente, soprattutto nelle aree più instabili ed esposte ai conflitti tribali e allo jihadismo. Attualmente, circa 6mila soldati statunitensi sono dispiegati in Africa e la maggior parte di essi è di stanza nell’area orientale, in paesi come Kenya, Somalia e Gibui, ricoprendo funzioni di antiterrorismo.

Il Pentagono vorrebbe trasferire una parte di essi nella regione Asia-Pacifico, dove la minaccia russo-cinese è più urgente, mantenendo al tempo stesso una forza di reazione rapida e influenza nel continente. Una soluzione sembra essere già stata trovata e si basa su due parole-chiave: vietnamizzazione, ossia delegare ai paesi africani, dietro cospicue iniezioni di capitale, la lotta al terrorismo e il contenimento antirusso e anticinese, ed europeizzazione, ossia fare pressione sugli alleati Nato affinché aumentino il loro impegno, umano ed economico, facendo le veci di Washington.

La Francia di Emmanuel Macron ha già risposto all’appello, annunciando che aumenterà il proprio contingente nel Sahel, e invitato i partner del Vecchio continente a fare lo stesso, ma i leader di Senegal e Togo hanno manifestato perplessità, ritenendo che la ritirata statunitense possa aumentare l’esposizione dell’Africa subsahariana alla violenza islamista.

William Gayler, generale e direttore delle operazioni dello US African Command (AFRICOM), ha recentemente spiegato che l’obiettivo di lungo termine è di fare in modo che gli Stati Uniti acquisiscano un’ottima reputazione nel continente, diventando il “partner di fiducia” per il maggior numero possibile di paesi, focalizzandosi nella lotta al terrorismo e coscientizzando i leader africani sulla natura predatoria degli schemi egemonici russo-cinesi.

Aumentano gli investimenti

Il 20 dicembre dello scorso anno lo United States International Development Finance Corporation (DFC) è entrato ufficialmente in funzione, dopo esser stato annunciato nel 2018 da Trump come una delle pietre angolari per la strategia di Washington nei riguardi del Sud globale. L’ente governativo è stato dotato di un bilancio di oltre 60 miliardi di dollari, destinato a soddisfare le richieste di investimenti e prestiti provenienti da paesi sottosviluppati e in via di sviluppo dell’Africa e dell’Asia.

Lo Dfc nasce per uno scopo preciso: fornire un’alternativa creditizia alla Cina, che da oltre un decennio domina il mondo degli investimenti nei paesi del terzo mondo. Trump ha ordinato che la maggior parte dei 60 miliardi di dollari sia messa a disposizione dei richiedenti africani, trattandosi del continente che ha sperimentato la più intensa “colonizzazione economica” di Pechino.

Contrariamente al modello cinese del “debito-trappola”, lo Dfc è stato pensato per erogare finanziamenti a tassi sostenibili per i contraenti e per dirigere  operazioni di investimento in combutta con attori privati e capaci di generare ricadute tangibili sull’economia reale e sulla qualità della vita.