Riprendersi Israele scacciando allo stesso tempo la Cina da una regione strategicamente rilevante per i piani di Washington in Medio Oriente. È questo uno dei motivi che ha spinto Mike Pompeo a volare direttamente da Benjamin Netanyahu per una visita lampo di poche ore.

Certo, il segretario di Stato Usa ha portato la ”benedizione” della Casa Bianca al nuovo governo Netanyahu-Gantz, prossimo a entrare in carica. Ma, dietro al velo istituzionale, c’è l’aspetto geopolitico, con un’alleanza da ricostruire e nuovi rapporti da definire. Già, perché negli ultimi anni, a detta di Washington, Israele si è spostato troppo verso oriente, verso quella Cina che negli Stati Uniti è vista come il fumo negli occhi.

Tutto questo è inammissibile agli occhi degli americani, a maggior ragione considerando due aspetti. Il primo: Israele è sempre stato un sicurissimo baluardo americano in Medio Oriente. Il secondo: i flirt con Pechino sono pericolosi. Il motivo di tanta agitazione nel Deep State americano è semplice. Grazie alle trattative commerciali di varia natura strette con Israele, la Cina sta mettendo il naso in tematiche sensibili, tra cui particolari tecnologie teoricamente utilizzabili anche in ambito militare.

Non solo: alcuni accordi consentono al gigante asiatico di costruire infrastrutture in aree limitrofe a siti militari americani. E il Pentagono non ha alcuna intenzione di rischiare che la consolidata presenza cinese in Israele possa favorire la fuga di dati riservati da basi Usa situate in un territorio amico.

Tra Washington e Pechino

Gli Stati Uniti hanno lanciato più di un messaggio allo storico alleato, consigliando a Israele di desistere dallo stringere patti con il governo cinese. Ora, visti i recenti, forti segnali a conferma del possibile cambio di passo nella politica israeliana nei confronti del Dragone, quegli avvertimenti sembrano essere arrivati agli orecchi di Netanyahu.

Secondo quanto riferito dall’emittente televisiva Channel 13, alla vigilia della visita di Pompeo, Israele starebbe rivalutando l’offerta di una società legata alla Cina, la Hutchison, per la costruzione di un impianto di dissalazione, il Sorek 2, nel kibbutz Palmachim, a sud di Tel Aviv. “Gli statunitensi hanno inviato messaggi in modo gentile ed educato, ma ovviamente vogliono che riesaminiamo la partecipazione della società cinese alla gara”, ha detto a Channel 13 un funzionario israeliano.

Ricordiamo che nell’ottobre 2019, dopo tre anni di intense pressioni da parte di Washington, preoccupata per la portata degli investimenti cinesi in loco, Gerusalemme ha istituito un comitato consultivo per controllare gli investimenti stranieri. Il comitato in questione, guidato dal ministero delle Finanze, è nato appositamente per esaminare ”gli aspetti di sicurezza nazionale nel processo di approvazione degli investimenti esteri”.

Scacciare la Cina

Nel suo blitz Pompeo ha pesato attentamente le parole utilizzate per elogiare l’operato di Netanyahu durante la pandemia provocata dal Covid-19. “Siete un grande partner, condividete le informazioni, a differenza di altri Paesi che cercano di offuscare e nascondere queste informazioni”, ha detto il Segretario Usa, riferendosi indirettamente alla Cina.

Scendendo nel dettaglio, Pechino ha stretto interessanti contratti commerciali con l’alleato americano. Ad esempio, Israele ha firmato 14 accordi con la provincia cinese dello Jangsu per rafforzare la ”cooperazione reciproca nel settore dell’alta tecnologia”. Ma non è finita qui perché il Dragone ha esteso il suo controllo sui porti israeliani di Haifa e Asdod e ha messo le mani pure sulla metro di Tel Aviv e su altre infrastrutture strategiche. Il messaggio americano è chiaro: tutto questo deve finire al più presto perché della Cina non ci si può fidare.

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