Nella scorsa primavera, la formazione del governo Conte fu perturbata dal veto posto dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella alla nomina a ministro dell’Economia di Paolo Savona, “reo” di aver aperto la discussione sull’oramai celebre “piano B” riguardante l’euro, di fatto coincidente con la strategia da mettere in atto nel caso in cui eventi fortuiti o contingenze esterne mettessero a repentaglio la permanenza dell’Italia nella moneta unica.

“Savona ha affermato in più occasioni di non voler lasciare la moneta unica ma di non escludere che l’Italia possa essere costretta da altri partner a uscirne”, riporta l’Agi definendo un “colossale fraintendimento” la “la nomea euroscettica” del Ministro per gli Affari Europei che “ha sempre chiesto di ridiscutere i trattati di Maastricht (che in pochi conoscono meglio di lui) ritenendo insostenibile nel lungo termine un’Eurozona schiacciata sul modello tedesco”. E in questo contesto è financo indicativo il fatto che proprio in Germania la discussione sul “piano B” che è costata a Savona l’accesso a Via XX Settembre non sia affatto tabù, ma risulti a uno stadio avanzato, venendo affrontata ai massimi livelli.

Come la Germania discute sul “piano B”

Dal punto di vista di Berlino, stiamo parlando di uno sviluppo assolutamente coerente: la Germania è il Paese che più di ogni altro ha beneficiato dell’attuale architettura dell’Unione europea e della moneta unica, di cui è stata la principale paladina perorando il rispetto di regole che molto spesso non ha mancato di violare. Per giustificare a un’opinione pubblica scettica dell’abbandono del marco le negoziazioni del Trattato di Maastricht, il ministro delle Finanze di Helmut Kohl, Theo Waigel, annunciò nel 1991 la sua intenzione di strutturare un’unione monetaria che portasse “il marco in Europa”. E i fatti, quasi tre decenni dopo, gli hanno dato ragione.

Di conseguenza, la Germania ha più volte posto in essere il problema di come gestire un’eventuale collasso di questa architettura e, eventualmente, massimizzare anche in tale caso il suo interesse particolare. Ci pensò per primo lo Stato Maggiore, nel 2011, quando il rischio di un’uscita generalizzata dei Paesi in crisi debitoria sembrava tutt’altro che irrealistica; poi il governo Merkel, più di recente, promosse l’idea dell’euro “a due velocità” e della Kerneuropa centrata sui Paesi nordici fautori della linea del rigore.

Più di recente, il “piano B” tedesco si è strutturato ulteriormente arrivando a includere entro il suo perimetro riflessioni strutturate di natura economica sulle modalità con cui Berlino potrebbe decidere, a tempo debito, di sfilarsi da un’unione monetaria divenuta insostenibile massimizzando i dividendi a suo favore.

Il “piano B” tedesco prenderebbe le mosse dai saldi Target2, vera e propria bomba a orologeria entro l’Eurozona in caso di uscita unilaterale di un Paese.

La discussione tra gli economisti

Fondamentale è stato il convegno tenutosi a Berlino nel marzo scorso, intitolato “L’ euro è sostenibile? E se non lo fosse?”. Tra i relatori, riporta La Verità, “Kai Konrad, membro del Max Planck institute; Christoph Schmidt, membro del ristretto consiglio di esperti di politica economica nominati dal governo tedesco; Jeromin Zettelmeyer, autore insieme a un’ altra dozzina di colleghi francesi e tedeschi”. 

Tra le principali conseguenze del dibattito, un fiorire di pubblicistica accademica dedicata al tema dell’euro. Stefan Honburg, docente di economia all’università di Hannover, ha pubblicato proprio questo mese con l’Ifo un paper in materia: “L’eurozona è al sicuro dagli attacchi speculativi? E sotto che forma si potrebbero manifestare questi attacchi?”, si chiede Honburg. “Cosa accadrebbe se uno Stato membro decidesse di lasciare la moneta unica, volontariamente o dopo un attacco, quali strategie di uscita potrebbe adottare e con quali conseguenze?”.

E qui entra in gioco il tema del Target2, come segnala La Verità: secondo gli studiosi tedeschi “gli squilibri di questo sistema siano da intendersi come debiti/crediti attribuibili ai paesi che li hanno accumulati. Secondo questo assunto, dal momento che l’Italia ha un saldo Target2 negativo (circa 437 miliardi a fine 2017), in caso di uscita all’euro dovrebbe rimborsare i paesi nei confronti dei quali risulta in ‘rosso’. È la stessa posizione espressa da Mario Draghi, che nel 2017 dichiarò che ‘se un Paese dovesse lasciare l’ Eurosistema, l’attivo (o il passivo) della Banca centrale dovrebbe essere completamente regolato'”, sebbene non esistano normative stringenti in materia.

Un piano B efficiente per la Germania dovrebbe dunque prendere in considerazione l’eventualità di trasformare in saldi reali il credito Target2, pari a 907 miliardi di euro, della Germania. Berlino, secondo Honburg, si trova in un dilemma esistenziale: le sue politiche economiche hanno contribuito a causare determinati squilibri, ma la Germania deve poter essere in grado di gestire a suo piacimento una fase di collasso della moneta unica e, di conseguenza, avere una strategia volta a preservare il suo vantaggio competitivo.

La cifra in ballo, pari a metà del Pil italiano, equivale in ogni caso a un credito virtuale e impossibile da esigere nella sua interezza: la discussione sul piano B in Germania, dunque, per ora non riesce a rompere il dilemma del Target2, che vedrebbe in caso di uscita dall’euro avvantaggiato un Paese debitore piuttosto che un membro creditore dell’eurozona, e non si è ancora trasmessa in un ragionamento politico a livello del governo federale. L’euro, principale vantaggio competitivo della Germania, potrebbe sul lungo periodo rappresentare una vera e propria trappola.