Nelle scorse ore è tornata nuovamente molto alta la tensione in Libano: scontri e proteste hanno infiammato diverse città, provocando anche alcuni feriti. Lo scenario sembrerebbe lo stesso che ha caratterizzato il Paese dei cedri negli ultimi mesi, specialmente dallo scorso ottobre e cioè da quando si è sviluppato un vasto movimento di protesta contro i rincari dei prezzi ed una situazione economica molto vicina al baratro. Un difficile cambio di governo e generiche promesse di riforme non hanno attenuato la situazione. Tuttavia, le proteste degli ultimi giorni potrebbero essere state generate da un contesto assai diverso rispetto a quello di fine 2019. Epicentro delle manifestazioni infatti non è la capitale Beirut.

Gli scontri avvenuti a Tripoli

Da alcuni giorni a questa parte la principale città libanese, pur se non del tutto tranquilla, non appare però focolaio di nuove tensioni. La vita a Beirut in queste ore sta scorrendo all’insegna più delle preoccupazioni legate al coronavirus che di quelle relative alle nuove proteste. Le manifestazioni più importanti, al contrario, sono avvenute poco più a nord e cioè a Tripoli. Qui le forze dell’ordine e di sicurezza già da diversi giorni sono apparse impegnate nel fronteggiare gruppi di manifestanti che hanno creato blocchi stradali, così come hanno inveito contro rappresentanti politici e sindacali. Motivi delle proteste sarebbero, secondo gli stessi media locali, ancora una volta l’aumento della povertà e la percezione della corruzione.

Negli scontri, come riferito dall’Ansa, sarebbero rimaste ferite nella serata di mercoledì almeno 30 persone. Nei giorni precedenti, altri feriti sono stati portati negli ospedali cittadini, tra questi la gran parte erano manifestanti ma tra loro vi erano anche membri delle forze di Polizia. Segno di come gli scontri sono stati molto duri e le manifestazioni molto intense. Non solo Tripoli a nord, ma anche Sidone più a sud: in quest’ultima città, sempre negli ultimi giorni, sono stati segnalati diversi gruppi di manifestanti che hanno creato tensioni e scontri.

Tensioni settarie?

Il fatto che non sia Beirut l’epicentro delle manifestazioni, sta accendendo non poche perplessità nelle ultime ore. La capitale da sempre assorbe i timori e le richieste della società civile: quando una protesta parte da Beirut, si può parlare di una manifestazione nazionale. Non a caso ad ottobre, soprattutto durante le prime proteste, non spuntavano nelle piazze né vessilli di partito e né di altri movimenti, bensì soltanto la bandiera del Paese dei cedri. Al contrario, le zone di Tripoli e Sidone sono riferimento di due ben precise comunità: dei sunniti la prima e degli sciiti la seconda. Dunque, il fatto che i gruppi di manifestanti abbiano iniziato a consolidarsi in queste due regioni del Paese, potrebbe far pensare che in realtà gli attuali moti di protesta non siano nazionali e non abbiano carattere unitario.

Al contrario, il rischio molto forte è che il Libano possa scivolare nelle divisioni settarie e nell’aspro confronto tra le varie comunità. Anche gli slogan urlati in strada, soprattutto a Tripoli, sono apparsi diversi da quelli sentiti a Beirut ad ottobre: in essi, in particolare, è possibile rintracciare richieste specifiche per la propria comunità di appartenenza e non per il Paese. Il clima sembrerebbe orientato verso questa pericolosa prospettiva, non certo semplice per una nazione come il Libano, da sempre in precario equilibrio tra le varie comunità religiose che lo compongono. Un clima, quello attuale libanese, ben presente anche in politica: dopo le dimissioni del premier Hariri, sull’onda delle manifestazioni di ottobre, a gennaio si è trovato l’accordo per la formazione di un nuovo governo guidato da Hassan Diab. Quest’ultimo, pur essendo sunnita in continuità con i suoi predecessori, non è sostenuto da un esecutivo di unità nazionale ma da una maggioranza dove la voce più importante spetta ai partiti filo sciiti e filo cristiano maroniti.

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