Una scelta che è arrivata forse improvvisa, ma che ha sorpreso fino ad un certo punto: dichiarare ufficialmente “legale” la presenza delle colonie israeliane in Cisgiordania, come fatto nella giornata di lunedì dal segretario di Stato Usa Mike Pompeo, è un atto che alla fine va nella direzione voluta dall’amministrazione Trump per la politica americana in medio oriente. E che dunque è possibile considerarlo alla stregua del riconoscimento di Gerusalemme come capitale d’Israele ed al pari del riconoscimento delle alture del Golan come territorio non occupato, atti già approvati dalla Casa Bianca nei mesi precedenti.

Riconoscere lo “stato di fatto” per far avanzare la pace

C’è un passaggio, tra le parole di Mike Pompeo affermate in occasione del discorso pronunciato lunedì, che sembra costituire la base da cui poi si innalza la strategia di Trump in medio oriente: “Non riconoscere la legalità delle colonie israeliane – ha infatti dichiarato il Segretario di Stato – Non ha portato alla pace. Ed allora meglio riconoscere lo stato della realtà sul terreno”. Un po’ come dire che, al fine di arrivare agli accordi di pace, è meglio prendere atto della situazione attuale e non avanzare altre pretese. Da qui dunque la lunga scia di riconoscimenti operata dagli Usa da quando Trump si è insediato alla Casa Bianca. A Gerusalemme parlamento e governo sono insediati da anni in città e dunque da Washington si è provveduto a riconoscerla come capitale, allo stesso modo a fronte di una presenza oramai più che quarantennale in quei territori si è deciso, nello scorso mese di marzo, di riconoscere il sud del Golan come israeliano.

Gli Usa dunque vorrebbero far avanzare il dialogo dando validità giuridica alle situazioni de facto consolidate. Il problema però – ed è da qui che arrivano le principali critiche sia dalle autorità palestinesi che da quelle internazionali – è che le situazioni accettate anche giuridicamente dagli Usa vanno solo a vantaggio di una sola parte in causa. Con il riconoscimento della legalità delle colonie in Cisgiordania, a cui occorre sommare il nuovo riconoscimento dello status di Gerusalemme, i palestinesi accusano l’assottigliamento del territorio a cui potrebbero aspirare in caso di formazione di un nuovo Stato.

La protezione giuridica a livello internazionale di questa condizioni fa sì che i palestinesi non possano un giorno avanzare rivendicazioni su territori eventualmente non più considerati occupati, per l’Autorità nazionale palestinese potrebbe significare ulteriori definitive perdite di territorio.

L’aiuto fornito a Netanyahu

Ma il tempismo con cui è arrivato l’annuncio di Mike Pompeo potrebbe non essere casuale. Il segretario di Stato Usa è intervenuto in un momento molto delicato a livello politico per Israele. Il premier incaricato Gantz non sta riuscendo al momento nell’intento di formare un governo, quello uscente Netanyahu potrebbe quindi avere dalla sua la prospettiva di nuove elezioni anticipate. Prima del voto di settembre, lo stesso attuale primo ministro aveva mostrato una cartina durante un incontro della campagna elettorale: in essa era raffigurata l’area C della Cisgiordania, quella cioè che secondo gli accordi di Oslo del 1993 è amministrata (ufficialmente in maniera provvisoria) in modo esclusivo da Israele. Netanyahu ha promesso l’annessione definitiva di questa area: “Qui non abita alcun palestinese, il riconoscimento dell’annessione non provocherebbe la fuga di alcun palestinese”, dichiarava il premier.

La linea è molto vicina a quella di Donald Trump: riconoscere giuridicamente quanto già esiste di fatto. Non a caso dal leader del Likud sono arrivate parole di apprezzamento a quanto affermato da Mike Pompeo. Possibile dunque che, in vista di terze elezioni anticipate in un anno, dalla Casa Bianca si è voluto lanciare forse un nuovo salvagente a favore di Netanyahu. Quest’ultimo potrà infatti giocare, in caso di nuove consultazioni, la carta del sostegno degli Usa.

La condanna della Russia

In queste ore è da registrare da Mosca la reazione del governo russo, affidata al ministro degli esteri Sergej Lavrov: “Il cambio di posizione americana sugli insediamenti di Israele in Cisgiordania – si legge in una nota del ministero degli esteri – considerati non illegali dall’amministrazione Trump, rappresenta una minaccia al processo di pace in Medio Oriente e avrà come conseguenza una escalation delle tensioni tra israeliani e palestinesi”.

“Mosca – conclude la nota – condanna la posizione Usa e considera illegali gli insediamenti israeliani nei Territori palestinesi, come prevede il diritto internazionale”.

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