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Le operazioni di peacekeeping sono degli strumenti che sono funzionali a condurre una nazione da un conflitto verso una pace duratura, e solitamente vengono condotte da forze multilaterali sotto l’egida di una organizzazione internazionale come l’Onu, o regionale come l’Ue. 

L’assenza di un esercito sotto l’egida delle Nazioni Unite obbliga questa organizzazione internazionale a servirsi del peacekeeping proprio per raggiungere il suo obiettivo principale, ovvero il mantenimento della pace a livello internazionale. Questo, quindi, coinvolge direttamente gli Stati membri, che decidono volontariamente di mettere a disposizione un determinato contingente militare, che andrà a formare una forza di peacekeeping, ovvero i cosiddetti “Caschi Blu”. Le operazioni di peacekeeping condotte dal 1948 fino alla conclusione della Guerra Fredda, consistevano prevalentemente in operazioni militari (il cosiddetto peacekeeping di prima generazione); mentre il peacekeeping di seconda generazione, sviluppatosi dopo gli anni 90, si distingue per lo svolgimento di funzioni di carattere umanitario, ma anche di peace-building (‘costruzione della pace’), che consiste nella programmazione di piani di crescita del Paese uscito dal conflitto, e la previsione di nuove istituzioni politiche che permettano una crescita pacifica e consolidata dell’area, nonché una transizione politica.

Però a volte la partecipazione a certe operazioni di pace potrebbe celare un forte interesse geopolitico di alcune nazioni: i territori più appetibili sono sicuramente quelli africani, dove sono dislocate la maggior parte delle operazioni di peacekeeping. Questo non vuol dire che si instaurano missioni per depredare direttamente un territorio, magari pieno di diamanti o di semiconduttori, ma per favorire la crescita di determinate condizioni che possano portare un ritorno vantaggioso.

Il peacekeeping del Dragone e le ambizioni russe

La Cina è lo Stato che più sta incrementando le proprie truppe nel contesto internazionale, in particolare in Africa. Sappiamo bene che l’intento cinese è quello di intensificare i propri hub commerciali, e le ambizioni del Dragone si estendono anche nel continente africano, nel quale sono stati effettuati massicci investimenti economici. L’obiettivo cinese è quello di supportare a proprie spese la pace nel continente per incrementare le proprie ambizioni commerciali.

L’attività di peacekeeping è uno strumento che spesso viene applicato unilateralmente da una singola nazione: un esempio importante lo abbiamo avuto recentemente con la creazione di una forza cuscinetto nel Nagorno-Karabakh. Qui la Russia ha utilizzato il peacekeeping apparentemente per bloccare il conflitto tra Armenia ed Azerbaijan, ma nella realtà ha sfruttato il conflitto per incrementare il proprio controllo sul Caucaso, e al tempo stesso per arrestare le mire espansionistiche turche nella Regione. Questo è un altro chiaro esempio di come le “operazioni di mantenimento della pace” abbiano una funzione strettamente geopolitica. 

È stato detto che la Cina stia impiegando maggiori risorse nel peacekeeping per incrementare la propria influenza nel continente africano. Ma non è la sola nazione con tali interessi geopolitici, poiché anche la Russia si sta muovendo molto bene sul continente: lo dimostra la costruzione della base militare in Somalia, e la collaborazione militare con la Repubblica Centrafricana. In questo ultimo Stato la Russia ha avviato una partnership militare a partire dal 2017, dopo che il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, con la risoluzione 2339 (2017), aveva allentato l’embargo del 2017, ed aveva permesso l’addestramento di truppe centrafricane da parte di truppe russe e ruandesi, al fine di permettere un rinnovamento dell’esercito centrafricano. 

Inoltre, la Russia ha appoggiato il governo in carica al fine di potersi consolidare nel mercato dei diamanti in loco: quindi anche qui la presenza militare, con l’intento di favorire lo sviluppo dell’apparato militare centrafricano, ha favorito i propri interessi geopolitici ed economici. Il Cremlino ha anche supportato questa collaborazione inviando truppe private (o mercenarie) al fine di addestrare l’esercito centrafricano. 

Il peacebuilding europeo

Cina e Russia, che nella propaganda occidentale vengono visti come i poliziotti cattivi, non sono gli unici a utilizzare le operazioni militari a scopi geopolitici. Se andiamo non lontano nella storia, l’UE aveva ottenuto il mandato dal Consiglio di Sicurezza di promuovere il peacebuilding in Kosovo con la risoluzione 1244 (1999) per avviare un processo di stabilizzazione e di Nation-building. Gli Stati europei avevano tutti gli interessi a garantire la pace nei Balcani, per motivi legati alla vicinanza geografica, ma anche per favorire le proprie politiche espansionistiche nei Balcani. 

Gli interessi europei però non si sono soffermati nella limitrofa Regione balcanica, ma sono anch’essi rivolti al continente africano: in particolare, con l’operazione EUNAVFOR Atalanta, dislocata nel Corno d’Africa, l’UE ha attuato una operazione militare in funzione antipirateria. In un documento del Consiglio dell’UE, risalente al 2011, viene affermato che “l‘impegno a lungo termine dell’UE nei confronti del Corno d’Africa è radicato nell’importanza geostrategica della Regione, nel desiderio dell’UE di sostenere il benessere della popolazione del Corno e di contribuire a sollevarli dalla povertà verso una crescita economica autosufficiente”. 

In questo caso gli interessi europei nella operazione antipirateria consistono nel favorire questo benessere, e questa pace nella Regione per motivi economici, visto l’importanza dello stretto di Bāb el-Mandeb per il commercio, ma anche per scongiurare maggiori flussi migratori dal Corno verso l’Europa. 

Altro Stato che utilizza il peacekeeping per scopi geopolitici è la Francia: essa è presente in Mali, nell’ambito dell’operazione Barkhane a supporto dell’operazione MINUSMA nella lotta al terrorismo jihadista nella Regione del Sahel; la Francia era presente nella Repubblica Centrafricana, nell’ambito dell’operazione Sangaris a supporto dell’operazione di peacekeeping MINUSCA; ed anche in Costa d’Avorio la Francia ha supportato l’operazione ONUCI.

A volte la lunga presenza di uno schieramento militare in uno Stato ospite può essere sintomo di interessi che vanno aldilà delle missioni pacifiche, e per questo motivo l’ambasciatore indiano designato alla rappresentanza permanente a New York, ha affermato che le operazioni di peacekeeping non devono essere attuate per motivi politici, e soprattutto non devono avere una durata che si estenda anche dopo che la missione di pace o di ricostruzione sia stata conclusa.

Infine, gli interessi militari al mantenimento della pace in  determinate zone geografiche, vengono chiaramente sostenuti per raggiungere e rafforzare i propri interessi geopolitici: pensiamo al supporto tramite il peacebuilding o il nation-building, e il modo in cui un determinato Stato, ma anche una organizzazione internazionale, possano influenzare questi processi per ottenere tornaconti in futuro.