Per la soluzione della crisi di governo si stanno ipotizzando diversi scenari di ricomposizione della maggioranza attorno a quell’asse giallorosso M5S-Pd-Leu allargato a Italia Viva che ha sostenuto fino a poche settimane fa Giuseppe Conte. E ogni opzione allontana sempre di più l’idea che l’avvocato pugliese possa succedere a sè stesso nuovamente e dar vita al suo terzo governo.

Troppi gli errori e le ingenuità che hanno portato Conte a cadere vittima del gioco politico di Matteo Renzi, che con cinismo ne ha fatto emergere gradualmente i profili di inadeguatezza al gioco istituzionale italiano, ultimo tra tutti l’episodio esecrabile del “suk” parlamentare in cui si è risolta la ricerca dei famosi “responsabili”.

Il via libera pentastellato al dialogo con Italia Viva riporta Renzi fortemente in partita e allontana il Conte-ter. Appare plausibile che l’ex premier possa essere il kingmaker che avrà l’ultima parola di fronte a partiti di taglia maggiore come M5S e Pd sulla scelta del nuovo inquilino di Palazzo Chigi. La corsa affannosa ai “responsabili” ha irritato e non poco Sergio Mattarella, che ha di fatto avallato la “linea Renzi” fondata sulla concessione di un mandato esplorativo a Roberto Fico, presidente pentastellato della Camera, per verificare la tenuta della coalizione del governo Conte II.

Cosa dovrà fare Fico? Sondare la fattibilità di un nuovo governo sullo schema precedente. Per dare poi la palla a chi? Sul viale del tramonto si trova la stella di Conte; Renzi preferirebbe richiamare da Bruxelles Paolo Gentiloniper giocare di sponda con i democratici, ma la soluzione appare meno fattibile dopo la rabbiosa uscita dell’ala “sovranista” dei Cinque Stelle seguita all’apertura di Vito Crimi a Italia Viva. Non è da escludere che, per ricompattare i grillini nel sostegno al nuovo esecutivo e fugare le urne, il presidente della Camera possa condurre in porto il mandato esplorativo…a suo favore.

Fico come anti-Conte? Secondo Affari Italiani l’ipotesi non è peregrina. E a Palazzo Chigi, in questi giorni, si vivranno ore di tensione nell’attesa che Fico termini il mandato esplorativo martedì. “A palazzo Chigi”, nota Marco Antonellis, “avrebbero preferito dare meno tempo al presidente della Camera in modo da lasciare meno spazio ad ipotesi alternative”. Specie perché Renzi detiene numerose leve negoziali nell’esecutivo ed è pronto a fare asse con l’uomo a lungo ritenuto il “contiano” per eccellenza del Pd, Dario Franceschini. Il ministro dei Beni Culturali, membro della vecchia guardia del Pd, ha un filo diretto con gli apparati, Quirinale in primis, e in questi giorni starebbe rinsaldando il dialogo con il senatore fiorentino di cui è stato, nel medesimo ambito, ministro.

Franceschini ha un obiettivo, malcelato, da tempo: l’elezione per il nuovo presidente della Repubblica nel 2022. In vista della quale, in seno al Pd, appare come uno dei pochi candidati spendibili. Chiaramente se le spinte centrifughe interne alla maggioranza proseguissero, l’elezione del successore di Sergio Mattarella rischia di trasformarsi in un Vietnam istituzionale. Il Pd, terrorizzato dall’ipotesi di un ritorno alle urne e sorpreso dall’accelerazione della crisi, avrebbe forse più convenienza a cedere Palazzo Chigi a un esponente intrinseco al Movimento per puntare, rafforzando il legame tra i partiti di governo, la corsa al Quirinale. Se Fico dovesse traslocare da Montecitorio a Palazzo Chigi, si aprirebbe la partita per la presidenza della Camera in cui Franceschini apparirebbe il candidato naturale. E da una posizione del genere la sua natura di “quirinabile” uscirebbe estremamente rafforzata.

Per di più, Fico è uomo della sinistra pentastellata che può trovare consensi nell’area circostante la maggioranza, che guarda all’associazionismo e al mondo extra-parlamentare, cui i giallorossi puntano per espandere la loro alleanza in un blocco sociale più coeso. Fico ha sostenuto diverse posizioni tipiche del progressismo contemporaneo, dallo ius soli all’eutanasia, dall’adozione da parte di coppie omosessuali al Global Compact sui migranti, ha criticato duramente i Decreti Sicurezza ed è un vecchio frequentatore delle Feste dell’Unità del centrosinistra, alle cui recenti edizioni è giunto come relatore in veste istituzionale ricevendo ovazioni e applausi.

Appare dunque come una figura di raccordo che, per chiari motivi, è più credibile di Conte come punto di riferimento dei progressisti italiani e a cui bisogna riconoscere, al contrario dell’acrobatica riscrittura ideologica del suo passato e del presente operata dal premier uscente, una coerenza nel corso degli anni. Il nome potrebbe essere ben spendibile per ricompattare la maggioranza, a patto di superare la fronda pentastellata, che l’assegnazione di Palazzo Chigi a un Cinque Stelle sicuramente depotenzierebbe. La manovra è ardita e a suo modo complessa, ma rappresenta forse l’unico schema su cui Movimento Cinque Stelle, Pd e Italia Viva possono convergere per evitare di rompersi l’osso del collo. Certamente appare, ora più che mai, comprensibile il fatto che la corsa al Colle sia il motivo più realistico che tiene in vita l’attuale legislatura. Matteo Renzi è pronto alla mossa del cavallo per saldare la nomina del nuovo premier alla partita più importante del prossimo anno: e sarebbe uno scacco matto per il suo rivale numero uno, Giuseppe Conte. La cui carriera politica sarebbe in questo caso tarpata.