All’insediamento del nuovo parlamento, il premier dimissionario Pedro Sánchez, è uscito (ancora una volta) rafforzato. Nella sessione del 17 agosto infatti, con l’aiuto di sette deputati di Junts e di sette della Sinistra Repubblicana di Catalogna (Erc), guidati dal condannato per sedizione e poi graziato Oriol Junqueras, il socialista ha legato il suo potere al tavolo del Congresso, l’organo di governo della principale camera legislativa.
La vera scommessa per Sánchez è sempre stato l’appoggio di Junts, la coalizione catalana dell’ex presidente della Catalogna Carles Puigdemont, definito come decisivo, ma non senza condizioni. Già nelle scorse settimane, Míriam Nogueras (Junts) infatti aveva detto: “Non faremo presidente Sánchez senza nulla in cambio”. Nonostante per molti analisti le vere trattative inizino adesso, per il leader del Partito popolare Alberto Núñez Feijóo, (partito in vantaggio nelle elezioni dello scorso 23 luglio) si prospettano ulteriori difficoltà per un’eventuale investitura.
Il Psoe è riuscito a collocare Francina Armengol alla presidenza della Camera bassa, riciclandola così come terza autorità dello Stato dopo essere stata estromessa dal governo delle Baleari dal Partito popolare. Inoltre ha ottenuto altri due incarichi nel Consiglio che, aggiunti ai due ottenuti da Sumar, gli garantiscono il controllo della direzione del Congresso, occupando cinque dei nove seggi (mentre gli altri quattro sono per il Pp). Questo trionfo, però, ha un prezzo per i socialisti. Intanto, nessuno degli eventuali alleati del cosiddetto blocco progressista -ad eccezione del Psoe e Sumar- dà per scontato che Sánchez sarà il prossimo presidente. Secondo vari analisti, il sospetto sugli impegni che assume il leader socialista è molto alto dopo l’ultima legislatura.
I rischi della mossa di Sanchez
Già sono sorti dubbi in relazione alla principale promessa che il Psoe ha fatto a Junts: l’inserimento del catalano, del basco e del galiziano nell’elenco delle lingue ufficiali, rispetto a quelle già riconosciute nelle istituzioni comunitarie. Mentre Sánchez aveva già annunciato di voler promuovere le lingue coufficiali in Europa, il ministro degli Esteri spagnolo, José Manuel Albares, ha inviato giovedì, prima dell’inizio della sessione costitutiva delle Corti, una lettera alla Presidenza del Consiglio dell’Ue (attualmente presieduta dalla Spagna), chiedendo la modifica del regime linguistico dell’Unione e l’inclusione della materia, che dovrebbe essere approvata all’unanimità da tutti gli Stati membri, nella riunione del Consiglio Affari generali prevista il prossimo 19 settembre.
La nuova presidente Armengol, in ossequio alle promesse fatte da Sánchez al movimento indipendentista, nel suo primo intervento pubblico ha annunciato l’uso alla Camera di una qualsiasi delle lingue coufficiali il prima possibile, anche se prima cercherà il consenso di tutte le formazioni politiche così come i requisiti tecnici che suppone questo uso. La prima a sfruttare l’occasione è stata la portavoce di Junts, Nogueras, che al termine della seduta costitutiva in conferenza stampa ha parlato solo in catalano, dando per scontato che il catalano sarà la lingua ufficiale dell’Ue e definendo come storico l’impegno di Sánchez. Ha sottolineato però, che i voti di Junts non sono in alcun modo garantiti per sostenere una futura investitura di Sánchez, affermando che l’obiettivo del suo partito è l’indipendenza della Catalogna, qualcosa che sarà presente nella prossima trattativa con il Psoe.
Ulteriori dubbi vengono sollevati anche dall’accordo raggiunto con Erc, secondo il quale “lo Stato è impegnato a porre fine alla repressione relativa all’1-O contro il movimento indipendentista attraverso le necessarie vie legali”. I repubblicani affermano che ciò include la promozione di una legge sull’amnistia, cosa che il portavoce socialista, Patxi López, ha voluto smentire, assicurando che si tratta di “affrontare politicamente” – e non giudizialmente – quello che è un “problema politico”, riferendosi alla sfida secessionista. Come ha dichiarato Gabriel Rufián di ERC, la trattativa per l’investitura “sarà molto più complicata”. Prevede difficoltà anche il portavoce del Partito Nazionalista Basco (PNV), Aitor Esteban, per il quale, sebbene Sánchez possa formare un governo, “la legislatura sarà molto complessa”. Da parte sua, la portavoce di Bildu, Mertxe Aizpurua, ha insistito sul fatto che il vero negoziato inizia proprio ora. Il Pp richiede adesso a Sánchez di spiegare nel dettaglio il contenuto esatto di tutto ciò che ha concordato con Erc e Junts. Ottimista si è mostrato il socialista Patxi López, per il quale è evidente che solo Sánchez è in grado di affrontare un’investitura.
La complessa partita della destra spagnola
Dopo la rottura dell’intesa Pp-Vox per votare per il tavolo del Congresso -quelli di Abascal hanno scelto di votare per il proprio candidato e non sostenere quelli del Pp -per il leader popolare Alberto Núñez Feijóo sarebbe difficile presentarsi davanti al re con i soli 139 voti a favore. Da parte sua, il leader di Vox Santiago Abascal ha affermato di avere un colloquio in sospeso con Feijóo per capire se la sua intenzione sarebbe quella di formare un governo di “neutralità istituzionale”. Il rischio secondo Abascal è che dopo il patto di Sánchez con gli indipendentisti per il controllo del Congresso, il golpe che è stato forgiato nella Generalitat nel 2017, si riprodurrà in pochi mesi alla Moncloa se Pedro Sánchez governerà di nuovo. Quello che si presenta ora, è un panorama quanto mai imprevedibile: oggi il Psoe ha ‘amalgamato’ 178 deputati, 2 in più dei necessari per la maggioranza assoluta, mentre in attesa che lunedì 21 agosto il re inizi il giro di consultazioni per l’investitura, la strada (anche se ancora aperta) è di sicuro in salita per il Partito popolare del moderato Feijóo.

