Alexandria Ocasio Cortez è “on fire”. Così si direbbe se fossimo negli Stati Uniti. La giovane ha messo il turbo e sta cercando di lasciare il segno all’interno del quadro politico continentale. É al di fuori dei parametri anagrafici, altrimenti gli asinelli avrebbero già individuato chi candidare nel 2020 contro Donald Trump. Di questo, almeno, sono convinti i socialisti del Partito Democratico, quelli a cui la Cortez deve lo spazio conquistato in questi mesi.

Bernie Sanders, che ancora non ha sciolto la riserva sulle presidenziali, sarà felicissimo di quanto sta mettendo in campo la sua allieva. L’ultima idea lanciata dalla deputata più giovane degli Stati Uniti, che è impegnata in una serie di apparizioni televisive, si chiama “Green New Deal“.

La Cortez vorrebbe, in sintesi, che gli States salutassero per sempre l’energia fossile, a favore delle rinnovabili. Questo è il canovaccio centrale, poi ci sono una serie di aspetti ausiliari, come ridurre in modo drastico il numero gli aerei in circolazione, invitando le persone a muoversi attraverso le rotaie. Sembra di stare dalle parti della “decrescita felice”, ma qualche candidato di peso ha già sposato la causa.

Tra questi, vale la pena citare Elizabeth Warren e Kamala Harris che hanno paura di cedere il passo, e qualche elettore, all’avanzata di chi ha già sconfitto un membro dell’apparato partitico. Il rischio è che l’endorsement della Cortez conti parecchio e nessuno è disposto a perdere il treno. 

Il disegno complessivo, nell’interpretazione fornita nelle ore successive, è risultato essere provvisorio, suscitando qualche risata, oltre alle pronosticabili perplessità del tycoon, che ha stroncato il “New Deal”, sostenendo che sarebbe la trovata migliore per produrre una crisi endemica dell’ intera economia a stelle e strisce. La stampa progressista ha fatto presto: i millenials – alcuni media hanno già confezionato la narrativa – vogliono salvare l’ambiente, mentre The Donald non ha alcuna remora nel continuare così, a “distruggere”. Ma c’era un malinteso di fondo. 

Sì, perché i contenuti presentati via questionario non erano corretti. Lo staff ha dovuto porgere le sue scuse. Quello che è apparso via web – come si legge sul Washington Post –  costituiva solo una bozza. I candidati democratici e gli analisti che si sono affrettati a dire che la Cortez aveva le sue buone ragioni a diffondere determinate battaglie, di conseguenza, hanno entusiasticamente sponsorizzato qualcosa di transitorio, che non doveva essere diffuso. Un vero e proprio pasticcio, per farla breve.

Ma c’è un aspetto che sembra essere sfuggito: l’esponente eletta con le medio-termine nel Bronx pensa che i ricchi vadano tassati in maniera più accentuata. E questo, stando alle proposte di matrice socialista che sono state diffuse attraverso quel documento temporaneo, è stato condiviso pure dalla Warren e dalla Harris: un’aliquota pari all’80% del reddito totale per quelli che la Cortez ritiene essere accumulatori seriali di capitale. 

Solo che in questo caso l’intervento proposto non sembra destinato a incidere sul tasso di disoccupazione – quello lo sta già facendo Donald Trump, a dirlo sono le statistiche che segnalano come nel solo mese di gennaio negli States siano stati creati 304mila posti di lavoro in più – ma a coloro che non hanno intenzione di trovarsi un’occupazione. 

La sintesi è questa: sappiamo che la Cortez vuole proporre un grande piano, ne conosciamo solo gli indirizzi, ma non sono ancora stati resti noti gli interventi essenziali. I big degli asinelli, quelli che vorrebbero vedersela con Trump, si sono schierati dalla parte di un progetto che si è rivelato essere ipotetico. Meglio: che si è rivelato essere un testo diffuso per la confusione fatta da qualche collaboratore. I repubblicani, guardando al pasticcio, non possono che gongolare. 

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